Banksy, un video per denunciare la distruzione a Gaza

L’artista londinese ha realizzato nella Striscia quattro murales: una giostra nera, una gatto gigante, una scritta e un uomo in ginocchio. Le immagini mostrano la devastazione a sei mesi dal cessate il fuoco

Arte, ironia e denuncia. C’è tutto questo nel video girato dall’artista londinese, Banksy, nella Striscia di Gaza e pubblicato mercoledì sul suo canale youtube. L’obiettivo dichiarato è tenere accesi i riflettori sulla devastazione ancora visibile in questo territorio.

Dopo i 50 giorni di conflitto dell’estate scorsa nell’ambito dell’operazione israeliana “Margine protettivo”, il bilancio ufficiale fornito dalle Nazioni Unite è di oltre 2.000 morti palestinesi, di cui oltre 500 bambini, e 3.000 feriti. Sessantasette i morti israeliani. Una strage di soldati e civili spesso dimenticata perché lontana da noi.

“Gaza è spesso descritta come la più grande prigione del mondo all’aria aperta, perché nessuno è autorizzato a entrare o uscire – scrive l’artista sul suo sito – Ma definirla così sembra ingiusto nei confronti delle prigioni, visto che qui manca l’elettricità o l’acqua potabile quasi tutti i giorni”.

Nel video, girato a febbraio e della durata di due minuti, si vede lo street artist arrivare al confine con Gaza in aereo, entrare nella Striscia percorrendo dei tunnel illegali e lasciare sulle macerie diverse tracce del suo passaggio, quattro murales in tutto. La prima opera, dal titolo “Bomb Damage” e ispirata a “Il pensatore” di Auguste Rodin, ritrae un uomo inginocchiato che si tiene la testa con la mano. La seconda, realizzata usando solo il colore nero, rappresenta una giostra per bambini. Poi Banksy disegna una gatto gigante con un fiocco rosa e il video mostra dei bambini incuriositi che camminano nelle vicinanze. “Questa gatta dice al mondo intero che le manca il gioco – pensa un signore ad alta voce – Il gatto trova qualcosa con cui giocare. E i nostri bambini? I nostri bambini?’”.

“Un uomo mi ha chiesto cosa significasse la mia opera – scrive ancora Banksy sul suo sito – e ho spiegato che volevo mostrare la distruzione di Gaza mettendo foto sul mio sito, ma che la gente su internet guarda solo foto di gattini”.

Il quarto e ultimo murales, ripreso nel breve reportage, è una scritta rossa dipinta sul muro che separa Gaza da Israele. La frase è molto esplicita: “If we wash our hands of the conflict between the powerful and the powerless we side with the powerful – we don’t remain neutral”. “Se ci laviamo le mani del conflitto tra i forti e i deboli, siamo dalla parte dei forti – non rimaniamo neutrali”.

Non è la prima volta che Banksy si reca nei territori occupati palestinesi per dipingere sul lato palestinese del muro eretto da Israele: nell’agosto del 2005, in Cisgiordania, disegnò una finestra aperta su un paesaggio di montagna e un bambino con un secchiello in mano sotto un cielo azzurro.

L’ironia è lo strumento che Banksy usa continuamente nel video per descrivere la realtà che lo circonda. Ed è forse l’unico modo per affrontare tanta sofferenza.

Così Gaza, come se fossimo tutti turisti, diventa “una nuova destinazione” da non perdere. I tunnel illegali sono semplicemente “percorsi lontani dagli itinerari turistici”. Questa prigione a cielo aperto, senza possibilità di entrare e uscire, si trasforma per un momento in “un posto che gli abitanti amano così tanto da non volerlo lasciare”, “solo perché non gli è permesso farlo” aggiunge l’artista. Ma l’ironia non finisce qui: il luogo è “immerso in un ambiente esclusivo”, “circondato da alte mura su tre lati e da cannonieri sul quarto”. I piloti dell’esercito israeliano che, denuncia l’artista, “hanno bombardato e distrutto in pochi mesi 18.000 case”, per un secondo diventano “vicini amichevoli”. Infine Banksy descrive le tante opportunità di sviluppo, salvo poi ricordare che è stata vietata l’importazione di cemento per la ricostruzione. E conclude affermando che “c’è abbondanza di spazio per lavori di ristrutturazione”.

Se non ci fossero le immagini a testimoniarlo, potremmo pensare che la ricostruzione a Gaza sia davvero iniziata.

Purtroppo non è così: “Senza la fine del blocco israeliano a Gaza ci vorrà oltre un secolo per completare la ricostruzione di case, scuole e ospedali”. Ha denunciato oggi l’Ong Oxfam. Nella Striscia vivono attualmente 1,8 milioni di persone a cui si aggiungono 100.000 profughi, di cui metà sono bambini, costretti in sistemazioni temporanee e rifugi. È sempre notizia di oggi il rifiuto da parte del governo israeliano di rilasciare a 50 studenti palestinesi il permesso per andare a studiare (http://gisha.org/updates/3967) in Cisgiordania. Lo ha denunciato l’organizzazione israeliana Gisha spiegando che la decisione è stata presa per questioni di sicurezza nello stato ebraico.

Così, Gaza, a sei mesi dalla fine del conflitto, rimane una prigione a cielo aperto e un cumulo di macerie.

* Articolo pubblicato per la prima volta sulla testata Reporter Nuovo della Scuola Superiore di Giornalismo “Massimo Baldini” LUISS nel febbraio 2015.

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