
Foto di Milan Szypura, pubblicata sul sito ufficiale della Palestinian Circus School
Il protagonista è un clown, ma questa storia che arriva dalla Cisgiordania non fa ridere.
Mohammad Abu Sakha, 24 anni, fa parte della Palestinian Circus School (PCS), una scuola circense nata nei Territori Palestinesi, occupati dalle truppe israeliane. Abu Sakha è un giocoliere, un equilibrista e un clown. Non solo, insegna l’arte del sorriso a circa 150 bambini ogni settimana e segue 30 ragazzi con disabilità mentali.
Lo scorso 14 dicembre, mentre era diretto a Ramallah per lavoro, l’artista è stato fermato ad un checkpoint militare, nei pressi di Za’atara vicino a Nablus, e arrestato da soldati israeliani. Da allora, secondo quanto è stato riferito dal comitato internazionale della Croce Rossa, si trova nella prigione di Megiddo, a nord di Israele. Sottoposto a una detenzione amministrativa di sei mesi, Abu Sakha ha potuto incontrare sua madre solo qualche settimana fa. Oggi, 21 marzo, l’appello presentato da Mohammad sarà esaminato dal tribunale militare israeliano.
I funzionari del servizio di sicurezza israeliano, Shin Bet, hanno spiegato che l’artista è stato arrestato per un motivo ben preciso: rappresentava “una minaccia alla sicurezza della regione” (Israele) per la sua “rinnovata attività” con il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (una fazione palestinese che si oppone alla pace con Israele) e per il suo possibile coinvolgimento in un attentato terroristico. Secondo i familiari, i legali e i colleghi di Abu Sakha, invece, questa ipotesi è del tutto infondata e la detenzione ingiusta, perché senza prove e senza processo.

Mohammad non è l’unico palestinese detenuto nelle carceri israeliane. Secondo il rapporto 2014-2015 pubblicato da Amnesty International, sono centinaia i “detenuti amministrativi”, trattenuti senza accusa né processo, sulla base di informazioni segrete. E il ricorso a questa procedura da parte delle autorità israeliane è aumentato drasticamente dall’ottobre 2015. Proprio Amnesty, l’organizzazione non governativa che denuncia le violazioni dei diritti umani nel mondo, ha lanciato una petizione, per chiedere al giudice militare di scarcerare Mohammad Abu Sakha. Le adesioni sono state migliaia in pochi mesi.
Contemporaneamente, in diverse parti del mondo, artisti circensi e cittadini comuni sono scesi in piazza con un naso rosso da clown e dei messaggi di solidarietà. Su Twitter è nato l’hashtag #freeabusakha. Anche Facebook ha permesso a tanti giovani clown di far sentire il proprio sostegno, da ogni angolo del mondo: Argentina, Spagna, Tunisia, Francia, Inghilterra, “Molte persone – ha raccontato un artista della PCS ad Al Jazeera – stanno scrivendo direttamente al portavoce delle forze di occupazione di Israele. La gente in giro per il mondo è scioccata da questa detenzione”. “Tante persone – ha aggiunto – ci supportano e molti hanno deciso di avviare delle campagne nelle loro città e nei loro Paesi”.
Nonostante la tanta solidarietà ricevuta, il circo palestinese sente la mancanza di Mohammad. L’artista, infatti, fa parte della scuola fin dalla sua apertura. E nel 2011, ha iniziato ad insegnare a decine di bambini. Alla fine di dicembre, inoltre, avrebbe dovuto iniziare un workshop. Mentre in questi mesi si sarebbe dovuto esibire, come protagonista, in altre tappe di uno dei più importanti show della scuola, come aveva già fatto in circa 40 spettacoli, di fronte a un totale di 1.500 ragazzi. Ora, il team di giocolieri e clown, dovrà fare a meno di lui, almeno fino alla sua scarcerazione.

La sede della Palestinian Circus School. Foto pubblicata sul sito ufficiale della scuola
La PCS si trova a BirZeit, un villaggio a 10 chilometri da Ramallah nel sud del West Bank. La scuola circense, nata da un piccolo progetto avviato nel 2006, si propone di sviluppare una nuova forma d’arte in Palestina e rafforzare il potenziale sociale, creativo e fisico dei palestinesi. Cerca, quindi, di coinvolgere e formare i bambini palestinesi nelle arti circensi, per consentirgli di diventare i protagonisti attivi della società.
Si tratta di un modo per riportare il gioco e il sorriso in una realtà difficile per i giovani della Cisgiordania, spesso costretti a subire umiliazioni ai posti di blocco militari e a vedere i propri cari uccisi dai soldati israeliani.
“Come artisti – è il motto della Palestinian Circus School – l’arma più potente che abbiamo è la capacità di giocare, sognare e immaginare”.
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