Calcutta, Rajpur Sonarpur, Bengala Occidentale, India. Partire da soli non è mai una scelta semplice. Trascorrere un mese in una realtà difficile come quella indiana richiede ancora più coraggio e spirito di adattamento.
Michela, 26 anni, ha deciso di fare un’esperienza del genere. Così, lo scorso 26 febbraio, ha lasciato Milano, dove vive, studia e lavora, per unirsi ai volontari dell’Institute for Indian Mother and Child (IIMC), un’associazione indiana che offre assistenza sanitaria a donne e bambini della Regione.
Fondato nel 1989, con l’obiettivo di aiutare le persone più povere che non hanno accesso alle cure mediche, oggi l’IIMC gestisce diverse cliniche e porta avanti dei programmi per contrastare la povertà e l’emarginazione: uno per l’educazione dei bambini, un altro per l’inserimento delle donne nella società.

Non solo volontariato – Oltre all’attività di volontariato nelle cliniche del posto, Michela ha portato avanti anche il suo progetto di tesi, per la facoltà di architettura del Politecnico di Milano. La sua testimonianza può servire a chi sta pensando di partire per fare un periodo di volontariato all’estero, oppure a chi non andrebbe mai in quel Paese, ma è curioso di conoscere quello che accade dall’altra parte del mondo, mentre la nostra vita scorre più o meno tranquilla.
Cosa ti ha spinto a partire per l’India? Ho deciso di andare in India per fare la mia tesi di laurea. Ho conosciuto l’IIMC attraverso il Social Innovation Teams (link), un’associazione italiana, nata da poco e con sede a Milano, in cui c’è anche il team di architettura con cui collaboro. L’associazione realizza i suoi progetti in vari Paesi, tra cui l’India.
Cosa ti spaventava di più prima di partire? Mi spaventava il fatto di partire da sola con la consapevolezza di andare in un Paese culturalmente molto diverso dal mio. In più, sapevo che sarei partita come volontaria e non come turista, quindi, in condizioni di vita quotidiana molto difficili.

Acqua stagnante nei pressi di un villaggio
Hai dovuto fare qualche vaccinazione o prendere precauzioni particolari? Le vaccinazioni consigliate sono quelle contro il tifo, il colera e l’epatite A (per le vaccinazioni complete si rimanda al sito gestito dal Ministero degli Interni). In più, ho fatto il richiamo per tetano e difterite. Tra le cure facoltative c’era quella per la malaria, che ho deciso di iniziare. Si comincia il ciclo di compresse prima della partenza, si prosegue durante la permanenza lì e si continua anche al ritorno. Una settimana prima della partenza ho iniziato a prendere anche un protettore per l’intestino, una compressa al giorno per un mese.
Il viaggio fino a Calcutta prevede uno scalo e dura parecchie ore. Sono sei ore e mezza da Milano Malpensa fino ad Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti) e circa cinque ore e mezza da Abu Dhabi a Calcutta. La durata dello scalo dipende dalle coincidenze.
Qual è stato il primo impatto con una realtà così lontana e diversa dalla tua? Uscita dall’aeroporto, ho percepito subito il caos, nonostante fossero le 22:30 di sera, e il caldo umido. I responsabili dell’associazione sono venuti a prendermi in aeroporto, ma ho dovuto aspettare più di un’ora. All’inizio non sapevo come contattarli, quindi sono andata a cercare qualcuno che mi facesse telefonare, perché quando sono arrivata a Calcutta la mia scheda italiana non funzionava.
A Calcutta vivevi con altri ragazzi provenienti da varie parti del mondo. Ti sei ambientata subito? Com’è stata la convivenza con loro? La sorpresa è stata arrivare, quasi a mezzanotte, e trovare molti volontari italiani. Lì per lì, una bella sorpresa. Dopo un viaggio così lungo, poter parlare la mia lingua è stato utile. Sono stati loro i primi ad aiutarmi. Comunque, mi sono sentita subito a mio agio con tutti, anche perché erano lì per il mio stesso motivo. Le persone che ho conosciuto al mio arrivo erano in India dal mese precedente. Poi, sono arrivati altri ragazzi e i primi volontari sono ripartiti.
Qual è stata la difficoltà più grande, dal punto di vista pratico, viste le condizioni igieniche precarie nel Paese? La difficoltà più grande è stata trovare il cibo. Nella zona in cui vivevo c’erano solo delle bancarelle e dei mini market. Il supermercato si trovava a mezz’ora di distanza, all’interno di un centro commerciale. Quindi, le cose si compravano giorno per giorno. Con i turni per mangiare, poi, non è stato facile. Quando si è in 25 in una cucina con due fornelli, non è semplice organizzarsi. Un giorno, addirittura, è finita la bombola del gas e non potevamo cucinare. Un’altra difficoltà è dover sterilizzare ogni cosa. Prima di cucinare, bisogna disinfettare cibo e posate con l’acqua bollente. Anche per questo, durante la mia permanenza ho mangiato soprattutto pasta e riso.
Per quanto riguarda le condizioni igieniche, al nostro arrivo, il custode era mancato per 10 giorni e le pulizie nello spazio comune non erano state fatte, quindi abbiamo dovuto pulire tutto a fondo, soprattutto i bagni.

Tuk Tuk, foto ripresa da internet
Come vi spostavate da una località all’altra? Per raggiungere la clinica principale, si impiega un’ora all’andata e una al ritorno prendendo diversi mezzi di trasporto. Si cammina per 5 minuti fino alla metropolitana, si scende dopo 5 fermate, si cammina per altri 5 minuti e poi si prende un tuk tuk fino alla clinica centrale. I tuk tuk sono dei mezzi piccolissimi che possono portare al massimo 5 persone, ma ne trasportavano tranquillamente anche di più. Un viaggio costa circa 10 rupie (la rupia è la valuta locale, in euro sono meno di 10 centesimi). Oltre a questi mezzi di routine, c’erano delle auto di proprietà della clinica. Macchine che potevano portare al massimo 7 persone, ma dove si saliva anche in 11. E nella guida gli indiani sono pessimi.
Una volta, ho preso il treno per andare in una clinica a Dhaki. Un luogo lontano e sperduto, in cui i volontari arrivano in macchina, in circa tre ore di viaggio. Nel mio caso, invece, insieme a un’altra ragazza ho raggiunto un gruppo di volontari che erano già sul posto. Abbiamo viaggiato in treno, per circa un’ora. Un treno senza porte, strapieno di gente. Una volta arrivate in stazione, abbiamo attraversato un mercato per prendere un altro mezzo, una specie di ape, un po’ più grande di un risciò. Anche in questo caso, eravamo in 8, più 3 o 4 persone sedute sopra il tettuccio e altri due aggrappati fuori, il tutto per un’altra ora di viaggio.

Barca a motore sul fiume Gange
In un’altra occasione, abbiamo preso una barchetta a motore, l’unico mezzo di collegamento che permette di raggiungere alcuni villaggi nel delta del fiume Gange. Si tratta di un mezzo precario con cui siamo andati da Dhaki al villaggio. Per spostarsi la sera, è molto comodo anche il taxi. Per un quarto d’ora, si spendono solo 100 rupie (circa 1,5 euro) e se si riesce a contrattare costa anche di meno. In realtà, i prezzi non sono fissi e spesso i tassisti provano ad alzare le tariffe, per cui è sempre meglio provare a contrattare.
Per fortuna, i volontari dei mesi precedenti ci hanno spiegato esattamente come comportarci in questi casi, per non farci imbrogliare. Per questo, l’incontro con i vecchi volontari è molto importante. Ci si scambiano informazioni utili e ci si aiuta con il passaparola tra i vari gruppi.
Durante il tuo mese in India, hai svolto attività di volontariato in tante di cliniche e hai visitato diverse scuole. C’è un bambino che ti è rimasto impresso più di altri? Nella clinica centrale sono ricoverati donne e bambini nella fase pre e post operatoria. Altre cliniche aprono per due o tre giorni a settimana, così le persone povere dei villaggi, in questo caso anche uomini, possono usufruire dei servizi di base.

C’è un bambino a cui mi sono affezionata molto. L’ho visto solo per due giorni nella clinica centrale, aveva un problema ad un piede. Mi ha colpito perché rideva sempre e mentre dovevo misurargli la temperatura si aggrappava alla mia schiena come una scimmia. E poi c’era un’altra bambina, nell’Handicap Centre. La chiamavo “la mia ballerina”, perché appena ci siamo viste abbiamo iniziato a ballare.
In generale, in che condizioni vivono le donne e i bambini a Calcutta? Nei villaggi, sono tutti scalzi. Le case hanno più o meno la stessa struttura. Sono composte di uno spazio centrale all’aperto (che equivale al nostro salotto) e da varie casette. Ogni piccolo edificio è una stanza della casa. Quasi ogni casetta ha il suo laghetto e lì, nell’acqua stagnante, le persone si lavano, sciacquano i vestiti e le pentole. In ogni villaggio ci sono pompe dell’acqua manuali da cui esce l’acqua, in teoria, non potabile. La cosa interessante è che ogni tetto ha un pannello solare, nell’ambito di un progetto governativo che prevede di rendere le case autonome. Un altro programma del Governo locale punta invece a dotare ogni abitazione di un bagno. Le case, infatti, non hanno servizi igienici, perché non è nella cultura del posto.

Cantiere
Hai visitato anche molte strutture scolastiche, alcune in costruzione e altre in fase di ristrutturazione. Cosa ci sarebbe da migliorare? Le nuove costruzioni sono tutte in cemento armato e mattoni, mentre le case dei villaggi sono in paglia, bambù e terra. La cosa che mi ha sorpreso è che gli operai nei cantieri indossavano la canottiera e le ciabatte. Non avevano le scarpe antinfortunistiche, né il casco protettivo. Sembrava tutto molto approssimativo. Ho visto due muratori posare un pavimento usando due mattoni e un filo per tirare la linea. Ovviamente, i mattoni si spostavano e andavano riposizionati ogni volta.
Qual è stato il momento più difficile in India? Mi trovavo a Dhaki. La notte non ho dormito a causa degli altoparlanti che trasmettevano una voce ininterrotta. La mattina avevo la febbre alta e sono rimasta tutto il giorno nella guest house, senza telefono, con 40 gradi e con problemi di stomaco. Senza mangiare e senza acqua corrente. In quel momento, sarei voluta tornare in Italia.

Michela con una famiglia del villaggio
Quale il momento più emozionante? Paradossalmente, è stato sempre nello stesso posto, a Dhaki, ma il giorno prima. Con una barca a motore siamo andati in un villaggio e abbiamo girato a piedi, incontrando tanti bambini (circa 30 che ci seguivano e ci abbracciavano). Abbiamo camminato per un po’ e sembrava di trovarsi nella scena di un film. Poi, una famiglia ci ha invitato a visitare la loro casa e ha voluto scattare delle foto con noi, anche se tutti sapevano che non ci avrebbero mai rivisto. Quel giorno, per la prima volta, siamo entrati davvero in contatto con le persone del villaggio.
Un altro momento molto intenso l’ho vissuto quando siamo andati in una scuola in costruzione. I bambini di diverse età erano in una struttura momentanea, fatta di tende e lamiere. Nonostante fossero seduti per terra a seguire la lezione, ridevano ed erano contenti.
Ora che sei di nuovo a Milano, pensando all’India, cosa ti manca di più? Ogni giorno, anche se ti sembra di non fare nulla, in realtà sei importante per qualcuno. Questa sensazione mi manca molto. Anche se lavori solo per un’ora, senti di aver fatto qualcosa di utile. Per chi ha davvero bisogno, quella potrebbe essere l’unica ora in tutta la settimana in cui può farsi medicare.

Bambini nella scuola provvisoria fatta di lamiere
Pensi che l’India ti abbia cambiata? Cosa credi di aver imparato? Ho capito una cosa che già immaginavo, soprattutto vedendo come crescono i bambini lì e come crescono in Italia. In India, i bambini, anche se non hanno niente, ridono sempre. Qui, invece, molti genitori li fanno crescere con l’idea che gli manchi sempre qualcosa per essere felici. E poi a Calcutta non ti chiedono nulla, accettano la loro condizione.
Cosa consiglieresti a una persona che vuole visitare il paese, non da turista, ma come volontario? Gli consiglierei di apprezzare ogni singola ora. Il mese scorre così velocemente che non bisogna perdere tempo. Il motto dell’associazione è take initiative (prendi l’iniziativa). Quindi, non state con le mani in mano, fate sempre qualcosa, anche se ci sono 40 gradi!
Tornerai? Sì, vorrei tornare, non per fare la stessa attività di volontariato, ma per vedere quali progressi sono stati fatti. L’india va avanti, molto lentamente, ma va avanti. Vorrei tornare per vedere cosa è cambiato.
C’è la possibilità che il tuo progetto di tesi, che prevede la creazione di un centro sportivo accanto a una scuola e a una clinica, venga realizzato? Sì, perchè il progetto interessa all’associazione. L’IIMC sta cercando di puntare sui giovani per dare loro un’istruzione, introducendo vari tipi di attività, non solo curriculari. Quindi, dal punto di vista tematico, la questione educativa e sportiva gli interessa. La sfida è riuscire a promuovere il progetto e a trovare dei fondi, dopodichè si potrà realizzare.

I programmi dell’IIMC – Il progetto medico, nato da un’idea del dottor Sujit Kumar Brahmochary, fondatore dell’IIMC, si è ampliato negli anni. La parte medica è stata avviata (oggi coinvolge attivamente circa 700 operatori al giorno) e ora rappresenta solo una piccola parte del lavoro. L’80% delle attività riguarda l’istruzione e l’adozione dei bambini e l’inserimento delle donne nella società.
“Quando avviammo il nostro progetto, iniziammo con un supporto medico per i bambini poveri – spiega Barnali Brahmochary, a capo del programma di educazione – Ma i nostri dottori si resero conto che molti bambini e le loro famiglie non erano in grado di leggere le prescrizioni mediche. Così tornavano dopo qualche settimana con gli stessi problemi e gli venivano prescritte le stesse medicine. Ci fu subito chiaro che per cambiare la nostra società e aiutare i giovani, dovevamo educare i bambini in fretta”. In questi anni, grazie agli sponsor, sono state costruite decine di scuole e molte altre sono in fase di ristrutturazione.

Donne che lavorano per l’IIMC
Per rafforzare il ruolo delle donne nella società, invece, l’associazione ha avviato tre diverse iniziative. Il Network program, per educare le donne, il Micro credit program, per aiutarle dal punto di vista finanziario, Infine, il Womens peace council per garantire loro un’emancipazione sociale e culturale. “Le donne ricoprono un ruolo molto importante nella società. Si occupano della famiglia dalla mattina alla sera. Perciò, se riusciamo a educare una donna, tutta la famiglia sarà educata”, afferma Ratna Chakrabarty, a capo del programma. Contemporaneamente, il finanziamento con il micro credito consente di avviare delle piccole attività, contribuendo allo sviluppo della società. Nel 2013, circa 25.000 donne erano coinvolte in questa iniziativa. Non meno importante la terza parte del programma, il Womens peace council, che permette di individuare i problemi più frequenti nei villaggi e di risolverli pacificamente, grazie all’attività di un team tutto al femminile.
Social Innovation Teams – Architettura: Il gruppo di lavoro, che opera a Milano, si occupa di progettazione architettonica e riqualificazione urbanistica, non solo in Italia, ma anche nei Paesi in via di sviluppo. I progetti sono realizzati grazie alla partecipazione di studenti, ricercatori e professionisti. In ogni caso, si tratta di esperti del settore.
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