Quenia ha 28 anni e un bel sorriso. All’inizio, è un po’ restia a raccontare la sua esperienza, ma i suoi occhi parlano. Ha conosciuto il Mojoca quando era ancora una bambina. La sua storia inizia per le strade di Città del Guatemala e, per fortuna, ha un lieto fine. La incontro in un caldo pomeriggio di giugno, nel quartiere Magliana, a Roma. Lei capisce l’italiano e parla spagnolo, io viceversa. Iniziamo a chiacchierare, ho tante domande da farle, ma dopo qualche minuto è lei a parlare senza sosta, come un fiume in piena.

“Da piccola vivevo per strada. Non avevo problemi di droga, come molti altri ragazzi, ma ero povera. Prima di conoscere il Mojoca, sono stata in altri istituti. Il primo è stato la Casa Alianza, dai 9 agli 11 anni. Poi, sono tornata con la mia famiglia. Ma mia madre era malata di tumore, così mi ha convinta a ritornare nella Casa Alianza, perché voleva che studiassi”. Dopo aver ricevuto la notizia della morte della mamma, Quenia torna in strada, nella zona 11, alla periferia della città. Qui, incontra una famiglia che la accoglie con affetto pur non avendo nulla. Poco dopo, fa il suo ingresso in un’altra struttura, non spontaneamente, ma in seguito ad una retata della polizia. Questa volta, però, la sua esperienza è negativa. “Mi trattavano male fisicamente, mi picchiavano, mi tenevano legata. Per questo sono scappata e sono tornata in strada”.
Com’è la vita di strada e quali sono le difficoltà da affrontare? “La vita di strada è pericolosa. La polizia (municipal e civil) è violenta. Durante la notte, molti ragazzi venivano aggrediti fisicamente e molte ragazze abusate sessualmente. Soffrivamo il freddo e la fame, ma la paura più grande era di non svegliarci vivi la mattina successiva”.
“Anche la convivenza con gli abitanti del quartiere non era facile. Spesso, dormendo per terra, i cittadini non accettano la tua presenza davanti al loro portone. Così, iniziano a tirarti secchiate d’acqua, ti picchiano, oppure chiamano la polizia. Purtroppo, le persone, sia gli adulti che i giovani, preferiscono aggredirti anziché aiutarti a trovare una soluzione. Un giorno, in una zona ricca, alcuni ragazzi di strada stavano chiedendo l’elemosina al semaforo quando un uomo, a bordo di un’auto, ha iniziato a sparare”.
C’è poi il problema della droga. Molti ragazzi e ragazze fanno uso di stupefacenti. Prima, si drogavano con la colla, ora soprattutto con la marijuana, il solvente e il crack. “Molti dei miei amici della calle sono riusciti ad uscire dalla strada. Altri, invece, sono morti, per colpa della droga che assumevano o perché sono stati uccisi mentre rubavano”.
Ma ci sono anche delle storie positive. Ci sono ragazzi e ragazze che si conoscono in strada e dopo qualche anno si sposano, o vanno a vivere insieme. E ci sono tanti cittadini che portano un piatto caldo. La cosa più importante, comunque, è la solidarietà tra i giovani, il proteggersi a vicenda.
“Per chi vive in strada non contano le cose materiali, si vive come una famiglia. Quando qualcuno si allontana dalla strada, gli altri sono contenti per lui. Le donne, in particolare, s’inseriscono più facilmente nella società per il bene dei figli. Per i ragazzi, invece, è più complicato”.

Come sei venuta a conoscenza del Mojoca e qual è stato il tuo percorso all’interno del Movimento? “Sono stata in strada da 12 a 20 anni. All’età di 13 anni ho sentito parlare del programma calle (strada) del Mojoca da una mia amica che già ne faceva parte. Viste le precedenti esperienze, avevo paura di essere trattata male. Per questo, ho deciso di avvicinarmi un po’ per volta continuando a lavorare in strada. Il secondo passo è stato l’ingresso nella Casa Otto Marzo. Era un sabato. La terza tappa è stata l’educazione: frequentavo le lezioni ogni mattina dal lunedì al venerdì. Poi, è arrivata l’ultima tappa, con i laboratori di panetteria, carpenteria e sartoria. Di giorno restavo lì e la sera tornavo in strada”.
“Nel 2008, sono stata in Italia per la prima volta. Al mio ritorno, mi hanno eletta nel comitato di gestione del Mojoca. Per quattro anni, ho lavorato per loro, ricevendo un piccolo stipendio, anche se spesso tornavo in strada per motivare gli altri. In quel periodo, ho trovato un posto a casa di una mia amica e, anche in questo caso, il Mojoca mi ha aiutata grazie ad un programma d’assistenza specifico”.
“Dopo quattro anni, sono andata via perché mi sentivo pronta ad inserirmi nella società, ma è stato difficile trovare un lavoro. Tante volte, quando avevo difficoltà a pagare l’affitto, ho pensato di tornare in strada. Ci sono persone che si ritrovano a rubare pur di sopravvivere. Io, per fortuna, non sono mai arrivata a questo. Vendevo dolci per pagare le spese”.
Nel 2014, Gerardo le propone di tornare in Italia e ora Quenia lavora con lui, come segretaria, dal lunedì al venerdì. Vive da sola e durante il weekend raggiunge la sua famiglia. Ma è sempre in contatto con i jovenes de la calle e quando può li aiuta.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro? “Tra i miei progetti per il futuro, continuare a studiare e appoggiare il Mojoca economicamente e moralmente, proprio come l’associazione ha fatto con me. Il mio sogno è andare avanti per questa strada e in futuro aprire una casa per bambine e bambini. Vorrei semplicemente continuare ad aiutare gli altri”.
In base alla tua esperienza, perché pensi che il Mojoca sia importante? “La gente, per tanti motivi, discrimina i ragazzi di strada. Il Mojoca, invece, mi ha accompagnata nel mio percorso, mi ha dato l’opportunità di uscire dalla strada, mi ha resa consapevole dei miei diritti, mi ha formata dandomi tutti gli strumenti per inserirmi nella società. Per me non è un’istituzione, ma una famiglia con cui sto bene, una famiglia che mi dà allegria e mi motiva a migliorare ogni giorno”.

Il Movimiento de jovenes de la calle è un’associazione auto gestita dalle ragazze e i ragazzi e ispirato all’amicizia liberatrice. Da oltre 15 anni, opera per il reinserimento dei giovani di strada nella società, con interventi sul piano sanitario e alimentare. Il Mojoca organizza corsi di alfabetizzazione, offre una formazione al lavoro con progetti di microimpresa (pizzeria, laboratorio di artigianato e di sartoria, falegnameria, pasticceria e forno), e dà ospitalità a ragazze madri e a giovani in difficoltà fornendo loro soluzioni abitative.
La sede del Mojoca si trova nel centro storico di Città del Guatemala, nella zona 1. La Casa delle Mujeres attualmente ospita 7 ragazze con 9 bambini. I ragazzi, per il momento, sono pochi.
Articolo pubblicato nella rivista trimestrale di Amistrada (onlus che in Italia sostiene il Mojoca), disponibile sul sito dell’associazione nella sezione “bollettini”.
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