
Colazione marocchina
Ventuno agosto. Il mio ultimo fine settimana marocchino, prima della partenza per l’Italia, decido di trascorrerlo a Fès, nell’entroterra settentrionale del Paese. All’inizio, il programma di viaggio prevedeva di partire con il pullman, alle 5 di un sabato mattina. Ma andando all’ultimo momento alla stazione per comprare i biglietti, ben presto ci rendiamo conto che dovremo cambiare i nostri piani. Sono rimasti pochi posti e noi siamo in cinque. Non mi va di partire nel cuore della notte. Così, decido di lasciar andare avanti i miei amici, per raggiungerli il giorno dopo con il pullman di mezzogiorno, e di restare a Tangeri il venerdì sera. “Partirò sabato all’ora di pranzo. Quindi – penso – avrò tutto il tempo di sistemare le mie cose e fare un giro nella medina. Poi, andrò a cena e dormirò fino a tardi”. In fondo, per tutto il mese avevo impostato la sveglia alle 7:20.
Convivere con tante altre persone non è facile, soprattutto se non ci si conosce. Con un po’ di spirito di adattamento, comunque, sono sufficienti pochi giorni per capire quali sono le abitudini degli altri e adeguarsi di conseguenza. Io, ad esempio, mi alzavo sempre prima degli altri, per usare il bagno in tutta tranquillità, evitando che qualcuno bussasse all’improvviso mentre ero sotto la doccia e, soprattutto, per fare colazione con calma. Fare colazione lentamente è una delle cose che amo di più, sia a Roma che all’estero. Potrei fare a meno del pranzo (o forse no, sarebbe un sacrificio troppo grande), ma non riuscirei ad iniziare bene la giornata senza una buona mela, una tazza di latte di soia, caffè e biscotti.

Il tradizionale cous cous marocchino
Ovviamente, al mio arrivo a Tangeri, mi accorgo subito che il menù è diverso. Il viaggio che ho prenotato prevede una mezza pensione. Così, il nostro cuoco personale, Hamsa, ci delizia ogni giorno con piatti tipici, cucinati apposta per noi. Tra cui, un cous cous da leccarsi i baffi, servito ogni venerdì, come da tradizione, in un grande piatto comune da cui ognuno attinge con il proprio cucchiaio. La colazione, invece, è sempre uguale. A dire la verità, un po’ troppo ripetitiva, viste le tante specialità che offre la cucina marocchina. Eppure, dopo la prima settimana di lamentele interiori, sperando di vedere una mela o dei biscotti, mi abituo a mangiare un saccottino ripieno di cioccolato. Alla fine del viaggio, nessuno potrà più farne a meno. Con il tè alla menta, invece, è subito amore.
Arrivando per prima nella sala comune, posso scegliere il saccottino migliore, un po’ più gonfio degli altri, ma che non sempre nasconde più cioccolato all’interno. Poi, pian piano, imparo a osservare cosa mangiano gli altri e durante la quarta settimana accetto uno scambio equo con un professore di arabo: un secondo saccottino, in cambio del mio pane. Uno scambio più conveniente per me, ma lui non lo immagina.
La sera prima della partenza per Fès, mi ritrovo ad essere un po’ agitata. Penso che, forse, non è stata una buona idea lasciar andare gli altri e restare un’altra notte a Tangeri, perché questo significa dover viaggiare in solitaria. Di giorno, non dovrei avere problemi. In caso di imprevisti, però, non sono in grado di capire l’arabo né di esprimermi in modo chiaro per spiegare le mie esigenze o chiedere informazioni. Mentre aspetto il mio piatto preferito nel mio ristorante preferito, mi tormento pensando a quanto sono stata stupida. Perfino ad andare a cena fuori da sola, perché questo implica tornare al residence da sola. E non ci sarà nessun altro del gruppo ad aspettarmi. Qualcuno è già in viaggio per Fès, qualcuno per Marrakech, qualcuno è rimasto a Tangeri, ma non ci siamo dati appuntamento.
Ancora non so che avrò un compagno di viaggio speciale e che vivremo insieme una delle avventure più assurde e divertenti di questo intero mese marocchino. Il mio compagno di viaggio fa il cantastorie, uno di quei mestieri antichi e pieni di fascino che oggi, nelle grandi città occidentali, non esistono quasi più. Potremmo paragonare un cantastorie a un moderno storyteller. E in effetti, più avanti scoprirò che il mio compagno di viaggio organizza dei workshop di storytelling nel cuore del Marocco, proprio a Fès.
In realtà, non si tratta di uno sconosciuto. Ha tenuto una lezione nella mia scuola di arabo, a Tangeri, e ci siamo già presentati. Non avendo ancora una buona conoscenza della lingua araba, avevo deciso di non partecipare all’incontro. Anche in quel caso, ancora non sapevo che avrei trascorso con lui nove ore su un pullman diretto a Fès e che avrei ricevuto una lezione personale di storytelling, con tanto di lettura in arabo e in inglese. Lo incontro venerdì sera, dopo cena, insieme al professore di arabo, davanti a una tazza di tè alla menta, al Cinema Rif, nella piazza principale della città. Parliamo tutti e tre in inglese, finalmente. Del più e del meno, del giornalismo, della famiglia. Poi, tornando a casa a piedi, dell’amore. Sono curiosa di conoscere alcune parole ed espressioni in arabo. Voglio sapere come si dice “ti amo” e lui me lo traduce. “This means I love you”, mi dice, “Not because I love you – ride – Well, not yet, not today, maybe tomorrow”, ride di nuovo.

La moschea siriana al tramonto, Tangeri
Sorrido immaginando due persone che si innamorano in un solo giorno. Magari non sarà il nostro caso, ma in molti casi può succedere, camminando tra gli scaffali del supermercato, aspettando la metro, bevendo un caffè al bar. Non succede quasi mai di innamorarsi in un giorno, ma quando succede, sicuramente, è qualcosa di magico, proprio perché impensabile.
A pochi passi dal residence, alla periferia di Tangeri, scopro che il mio nuovo amico cantastorie deve tornare a Fès il giorno successivo e gli propongo di prenotare un posto sul mio stesso pullman. Un po’ perché mi fa piacere viaggiare con lui, in parte perché vorrei evitare di viaggiare da sola. Dotati di aria condizionata e puliti, i pullman della compagnia Ctm sono considerati i più affidabili in Marocco. Scopriremo sulla nostra pelle che questa è solo una leggenda.
Tornando verso casa, passiamo davanti alla moschea siriana e ci troviamo di nuovo a parlare d’amore e di relazioni, per quanto sia possibile approfondire il discorso, con due ragazzi poco più grandi di me, ma musulmani praticanti, per quanto ne so. “I don’t believe in love”, mi spiega il mio futuro compagno di viaggio. “Real love does not exist”, sostiene convinto. “I don’t think so – gli rispondo – May be you didn’t find the right person, but if you find the right one, I’m sure you will change your mind”. Un giorno troverà il vero amore e si ricrederà, penso tra me e me. Non so come posso essere ancora così romantica e propositiva, dopo la fine della mia storia durata sei anni, penso subito dopo.

Jardins de Boujeloud, Fès
La mattina successiva, sono la prima ad alzarsi, come al solito. Non sto più nella pelle all’idea di visitare Fès. Vorrei condividere con qualcuno la moka di caffè per 10 persone che ho preparato (non ne abbiamo una più piccola), ma dormono tutti. Il professore e il mio futuro compagno di viaggio cantastorie dormono in una stanza, per la precisione quella di fronte alla mia. Mentre altri due ragazzi spagnoli sono al primo piano, ma non vola una mosca. Apparecchio per cinque, sistemo cucchiaini e tazze, poi guardo l’orologio impaziente. Ho preparato la colazione, oggi è sabato e non è prevista la mezza pensione, o almeno non senza un preavviso di almeno 24 ore, che non ho dato.
Continuo a guardare l’orologio, pensando che dopo tutte quelle ore di sonno qualcuno si alzerà. Alla fine, decido di travasare il caffè in più tazze e sparecchio. L’ora della partenza sembra non arrivare mai e inizio a leggere lentamente un libro in inglese (Covering islam di Edward Said, acquistato nella Librairie des Colonnes di Tangeri, ma a tratti difficile da comprendere). Ascolto un po’ di musica e chiamo mio padre. Alla fine, tra una chiacchiera e l’altra, mi rendo conto che sto per fare tardi, ma del resto del gruppo non c’è ancora traccia. Indecisa se bussare o no per svegliare il mio compagno di viaggio, la porta si apre. È pronto. Siamo pronti. Si parte.

Strada che porta dal residence alla Moschea siriana
Abbiamo i posti separati, ma ci sediamo vicini lo stesso. In prima fila, vista paesaggio. E di paesaggi belli in Marocco ce ne sono tanti, quindi, mi ritengo fortunata a viaggiare davanti. Il nostro sottofondo musicale sono, chi lo avrebbe mai detto, i Coldplay. È così, ascoltando e leggendo le canzoni straniere, che il mio compagno di viaggio ha imparato l’inglese. E lo parla bene per essere un autodidatta, tanto che riusciamo a confrontarci su tanti argomenti, che non starò qui a elencare tutti. Non parla francese, perché non era esattamente un alunno diligente, ma io in maniera egoistica sono contenta di questo. Nemmeno a me piace questa lingua con la “r” un po’ snob. Mi piacerebbe, invece, poter parlare in arabo e riuscire a pronunciare correttamente tutte le lettere. Vorrei già essere in grado di scrivere un articolo e ascoltare Al Jazeera Arabic, ma è ancora presto. Per questa lingua serve pazienza. E io ne ho tanta, per fortuna. Mi serve nella vita, per sopportare le persone. Non mi mancherà di certo per imparare una lingua che amo e che mi affascina.
Il viaggio scorre tranquillo, tra le canzoni della band inglese e le stazioni della radio che l’autista si ostina a tenere accesa nonostante non ci sia un buon segnale. Prima di partire, avevo avuto uno strano presentimento. Per un attimo avevo pensato che forse non era il caso di partire, potevo benissimo trascorrere l’ultimo weekend a Tangeri per godermi la città. Ma mai avrei pensato di mangiare il mio panino con formaggio e affettati nel mezzo del nulla.

Pullman rotto, Tangeri-Fès
Superata la stazione di Tètouan, diretti a Chefchaouen, il pullman si ritrova a percorrere delle strade in salita e sembra appesantito. Forse, per i tanti bagagli e le tante persone, ma dovrebbe essere abituato. Infatti, poco dopo, capiamo che il problema non siamo noi, ma il motore. Questi mezzi di trasporto sono molto usati per spostarsi, ma non sempre sono sottoposti a manutenzione. Dopo i tanti racconti positivi e le mie precedenti esperienze, cambio la mia opinione sulla compagnia Ctm e il resto del gruppo mi prenderà in giro a lungo, per la mia testardaggine nel non voler prendere un’altra compagnia.
Sono delusa e arrabbiata. Ho comprato un biglietto al prezzo più alto, per viaggiare in modo confortevole con aria condizionata e sedili comodi. Invece, mi ritrovo seduta a fissare il vuoto, alle tre di pomeriggio, su una strada in salita, al caldo. L’unica forma di vita si vede in lontananza. Scopriremo che si tratta di un signore che vende dell’uva. Per me, un frutto abolito in Marocco. Ipocondriaca come sono e così attenta a non bere acqua diversa da quella in bottiglia (chiusa), non mi fiderò a mangiarla, nonostante il mio compagno di viaggio proverà a offrirmela più volte. Parlando con l’autista, il mio amico cantastorie scopre che ci toccherà aspettare un’ora, prima che arrivi un altro pullman a prenderci. Decidiamo di aspettare, mentre in tanti scendono, prendono il proprio bagaglio e improvvisano un autostop.

Pullman rotto, Tangeri-Fès
Anziché farmi prendere dal panico, come accadrebbe in Italia, mi convinco che la situazione non è poi così tragica. L’aria condizionata ha ripreso a funzionare e approfitto del “fresco” per mangiare qualcosa. Poi, torna di nuovo il caldo soffocante e scendo per ripararmi all’ombra di un albero. Il mio amico cantastorie mi guarda dal finestrino e ride della mia insofferenza, è evidente. Condivido l’ombra con una ragazza marocchina, Fati, come noi in viaggio per Fès. Ha approfittato di qualche giorno libero per visitare Tangeri e ora sta tornando a casa. In poco tempo entriamo in confidenza. Ci scambiamo i numeri di telefono e si offre subito si ospitarmi a casa sua, in caso avessi dei problemi. “Call me if you need anything”. Mi sembra assurdo ricevere così tanto affetto da persone che non conosco. Mi era già successo al mio arrivo a Casablanca, era successo di nuovo a Chefchaouen e ora nel cuore del Marocco, all’ombra di un albero, nel mio, nel nostro viaggio verso Fès. E continuo a meravigliarmi. In ogni Paese del mondo si possono incontrare brave persone o persone che cercano di ingannarti. In Marocco, si distinguono facilmente. La mia esperienza mi insegna che non bisogna essere ingenui, bisogna tenere sempre gli occhi aperti, ma comportandosi in modo gentile si riceverà, quasi sicuramente, della gentilezza in cambio.
Torno a sedermi. Il mio compagno di viaggio mi guarda e ride di nuovo, forse pensando che non riesco a darmi pace. Ha ragione. Lui invece è abituato, a viaggiare con mezzi imprevedibili, ad aspettare, a non avere fretta, a lasciare che le cose vadano come devono andare. È positivo verso la vita e trasmette questa positività agli altri. Anche se, mi confessa, spesso il sorriso gli serve a nascondere dei momenti negativi. Sorridere perfino quando tutto va male, per non farlo vedere a nessuno. Una volta tornata a Roma, mi renderò conto di quanto sia difficile seguire questo insegnamento e metterlo in pratica nella quotidianità. E invece lui ha un sorriso per tutti e un racconto per tutti.

In viaggio verso Fès
Mi vede scoraggiata e decide che è il momento di tirare fuori il suo libro delle storie. Ce ne sono alcune in arabo e una in inglese, il suo primo racconto in inglese, scritto su un foglio di carta un po’ sgualcito che custodisce gelosamente. Parla di un uomo a cui viene rubato un asino e che, alla fine, riesce a ritrovarlo. Meno male, c’è un lieto fine. La storia in arabo mi piace, anche se non capisco una sola parola. Mi piace ascoltarla ad occhi chiusi. Sentire questi suoni così nuovi e così intensi. Se chiudo gli occhi, posso quasi addormentarmi, perché il mestiere di cantastorie non è facile, ma il mio compagno di viaggio è molto bravo e lascia che passi quel giusto intervallo tra una parola e l’altra. Il racconto diventa una musica e lui ha un tempo perfetto. Gli confesso che mi piacerebbe tornare bambina e avere un cantastorie per addormentarmi la sera, al posto di sentire la solita ninna nanna. Inventare delle storie non è semplice, saperle raccontare ancora meno. Lui ha davvero del talento.
Quando arriva il pullman con un motore funzionante, ripartiamo verso la stazione di Chefchaouen e l’umore di tutti i passeggeri migliora improvvisamente. L’autista, invece, è accaldato e stanco e controllo che non chiuda gli occhi tra una curva e l’altra. Ci rimettiamo in viaggio e non immagino che ci vorranno altre cinque ore per arrivare a destinazione. Tra strade in salita e fermate continue, il viaggio diventa infinito. Ci ritroviamo a ordinare un tè alla menta in un luogo desolato. Per fortuna, dopo tre settimane in Marocco, sono diventata previdente e ho portato con me panini (ormai finiti), biscotti, acqua e, come ogni giorno, una banana. Il frutto più comodo da mangiare in viaggio e il più sicuro, perché la buccia è spessa e non va lavato con acqua potabile né sbucciato con un coltello. È un frutto pronto per essere mangiato in qualunque momento. Mi convinco di essere stata una scimmia in un’altra vita, ma questa è un’altra storia.
Con il mio compagno di viaggio condivido i biscotti e per qualche minuto ascoltiamo la musica insieme. Poi, arriva un’altra fermata. E ne approfitto di nuovo per andare in bagno, non sapendo più, a questo punto, tra quanti giorni arriverò. Fotografo un tramonto nascosto, qualche bandiera marocchina lungo la strada e ascolto alla radio il discorso del Re Mohammed VI, cercando di riconoscere qualche parola. Avrei voglia di dormire un po’, invece rimango sveglia per guardare fuori dal finestrino. Chissà quando mi ricapiterà di vedere quelle strade e quei campi, quei contadini e quei volti scavati. Chissà tra quanto ripasserò, magari in macchina, andando nella stessa direzione. Non posso perdere un momento. Non posso chiudere gli occhi, anche se questo viaggio sembra davvero un bel sogno. E lo sembra anche nei momenti peggiori, quando sei con le persone giuste.

In viaggio verso Fès
Non ci chiediamo mai perché certe persone arrivino in determinati momenti della nostra vita e invece dovremmo fermarci a riflettere. Ognuno di noi ha bisogno di un segnale positivo, io prenderò il mio compagno di viaggio cantastorie come il mio personale segnale positivo, in questa vita a tratti un po’ confusa, a tratti ingiusta, a tratti noiosa, dove tutti corrono, corrono, corrono. E quando si fermano sono soli, non gli è rimasto più niente da condividere, se non il tempo che scorre veloce.
Il nostro tempo, invece, scorre lento su un pullman ancora in viaggio. Ripensandoci adesso, credo di aver assaporato ogni secondo dell’intero tragitto. Le ultime fermate sono sempre più veloci. Il pullman fa scendere i passeggeri e riparte quasi subito. Tutti vogliono arrivare a Fès. Io inizio a pensare che farà tanto caldo e quasi mi viene voglia di tornare indietro, dopo tutta questa strada. Il primo impatto è positivo, non è poi tanto umido. Ma sono le nove di sera passate. Abbiamo sonno e fame, più che caldo. Non conosco la città e, per il momento, non sono troppo curiosa. Voglio solo cenare e fare una doccia fredda. Divento improvvisamente nervosa, ma il mio amico cantastorie è al mio fianco.
Mangeremo con il resto del gruppo al Cafè Clock, così accogliente che finiremo per consumare qui tutti i nostri pasti. Il Cafè Clock, che somiglia molto a un caffè letterario, si trova nell’antica medina, a pochi passi da una delle quattro porte principali, Bab Boujeloud. Oltre al buon cibo, questo posto offre una serie di attività che si svolgono dal lunedì al venerdì: musica dal vivo, proiezioni di film, mostre e lezioni di cucina. È qui che il mio compagno di viaggio tiene un workshop di storytelling durante la settimana.

Fes, Marocco, 21 agosto 2016
La parte antica della città (Fès el Bali) è stata dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco nel 1983, ma non è l’unica attrazione per i turisti che visitano Fès. Sono altrettanto conosciuti il quartiere ebraico, con i suoi giardini e il Palazzo Reale, il quartiere andaluso, a nord-est della città, fondato da un gruppo di rifugiati provenienti da Còrdoba e il quartiere arabo, nato qualche anno dopo. C’è poi la Ville Nouvelle, una zona quasi interamente residenziale, realizzata durante il protettorato francese. Durante la mia permanenza, il caldo umido e il poco tempo a disposizione mi permetteranno di vedere solo una piccola parte di quello che la città ha da offrire. Deciderò, comunque, di fermarmi una notte in più, visto il tempo impiegato per arrivare.
Il primo giorno a Fès, abbiamo una guida inaspettata. Il mio compagno di viaggio ci raggiunge da Sefrou per una visita tra le vie strette e caotiche della medina. Una ricca colazione sulla terrazza del Cafè Clock, con pan cakes, succo d’arancia, marmellata e tè alla menta, è d’obbligo. Subito dopo, ci incamminiamo verso il quartiere andaluso, attraversando un labirinto di viuzze, in cui sarebbe facile perdersi senza un aiuto. Il mio amico cantastorie, però, conosce bene questo groviglio di strade e ci guida fino alle concerie. Le concerie sono un posto strano, ma molto caratteristico per chi viene dall’Europa, perché qui, da una balconata, si possono osservare tutte le fasi di lavorazione delle pelli (sono in tutto quattro: le pelli vengono lavate, ammorbidite, poi sciacquate e infine asciugate). È un procedimento interessante da vedere, se non fosse per l’odore nauseante che emanano queste vasche.
L’unica soluzione è annusare una foglia di basilico, che ci viene gentilmente offerta dal proprietario di un negozio, forse per gentilezza, forse per convincerci, poco dopo, ad acquistare delle costosissime borse in vendita all’interno. Riusciamo a non cadere in tentazione, anche per via dei prezzi piuttosto alti. L’esperienza alle concerie di Chouwara rimane sicuramente impressa. Non capita tutti i giorni di vedere degli uomini al lavoro in un contesto del genere. Meno piacevole, il pensiero che tutte queste persone stiano lavorando senza alcun tipo di precauzione, rimanendo per ore a piedi nudi nelle vasche e con le mani a contatto con l’acqua. Ancora meno piacevole, vedere un ragazzo con la schiena piegata trasportare chili di pelli bagnate sulla sua schiena, sotto il sole cocente di agosto. Guardandomi intorno, mi rendo conto che nessuno si stupisce. Questa, a Fès, è la normalità.

Jardins de Boujeloud nel quartiere ebraico
Per tornare verso Bab Boujeloud, diretti verso i giardini nel quartiere ebraico, attraversiamo di nuovo la medina, stavolta cambiando strada e fermandoci qua e là nei negozi locali. Impossibile non acquistare qualcosa. Qualcuno di noi compra dei braccialetti, qualcuno delle collane, qualcun’altro degli anelli. Il mio amico cantastorie sceglie un cappello cilindrico rosso con una cordicella nera, chiamato fès perché tipico di questa località. Ormai, sono quasi le due di pomeriggio. In poche ore, abbiamo visto gran parte di Fès el Bali, fotografando la Moschea Kairaouine e ogni angolo della città vecchia con le sue pareti alte, piene di mosaici. Non ci siamo fermati un attimo, se non per provare alcuni prodotti locali (ne ho approfittato per acquistare dei rossetti molto particolari: il colore rosso è contenuto in vasetti d’argilla e per ottenere il rossetto basta bagnare un dito e passarlo all’interno del vasetto).

Decorazioni con henné
Il caldo di Fès inizia a diventare insopportabile. Solo qualche ora dopo, mi renderò conto di non sentirmi tanto bene, ma questo non mi impedirà di tornare al Cafè Clock per un appuntamento speciale: il mio primo henné, sulla mano sinistra. E il primo henné, un po’ come il primo amore, non si scorda mai. Ne esistono vari tipi: uno è nero, più chimico, perché realizzato miscelando la polvere con altre sostanze sintetiche, e uno è rosso/arancione (quello che sceglierò, anche se il vero colore si vedrà solo il giorno dopo, una volta caduta la crosticina superficiale). Naturale e innocuo, è quello tradizionale che le donne marocchine usano per decorare il corpo. La tradizione vuole che tutte le donne si riuniscano intorno alla sposa, durante la festa di matrimonio, per assistere alla decorazione con l’henné. L’evento è riservato alle donne e alle bambine, mentre i bambini si ritrovano a spiare dalle fessure delle finestre e delle porte. Quella dell’henné è considerata una vera e propria arte, tanto che questa attività è inserita nella programmazione del Cafè Clock ed ha cadenza settimanale. Qui, incontro una mia amica di Milano, originaria di Fès, e il pomeriggio sembra quasi surreale. La conversazione è accompagnata da una piacevole musica dal vivo. Per me, è difficile tenere il ritmo, essendo abituata a ballare salsa e bachata, ma ho voglia di provare lo stesso e, dopo qualche minuto, riesco a prendere il tempo. Il mio amico cantastorie è con noi. Dopo aver cenato, fatto colazione e pranzato in questo locale, i camerieri un po’ mi conoscono e al mio quarto ingresso mi accolgono con un “welcome back”.

Cafè Clock, interno, lampadario realizzato con strumenti musicali
Se vivessi a Fès, probabilmente trascorrerei qui la maggior parte del mio tempo. Amo questo posto. Le porzioni sono abbondanti, i piatti sono preparati con cura, la musica è presente ma non disturba, l’architettura in stile riad mi affascina. Il Cafè Clock è strutturato su tre piani, così i clienti possono decidere dove preferiscono sedersi. La parte più suggestiva è sicuramente la terrazza, ma anche il piano terra ha il suo fascino. Un enorme lampadario fatto con strumenti musicali pende dal soffitto e le pareti sono color oro, con delle scritte in arabo. La cosa che mi sorprende di più, comunque, è il fatto che i camerieri parlino inglese. Per settimane, ho provato a dialogare in francese, arabo e spagnolo nel resto del Marocco settentrionale, con scarsissimi risultati. Non pensavo di dover arrivare a Fès per riuscire ad esprimermi correttamente. Questa città, così insopportabile ad agosto, per via del caldo, merita una seconda possibilità. Merita di essere vista di nuovo in primavera. Ed è anche per questo che tornerò. Se è possibile avere un rapporto diretto con una città, nel caso di Fès il nostro è un rapporto di amore e odio. Fès è la prima città che ho segnato sulla cartina, prima di partire per il Marocco. Volevo visitarla a tutti i costi e, alla fine, l’ho odiata e amata. In entrambi i casi, mi ha lasciato un segno.
Quando lascio il Cafè Clock per raggiungere il resto del gruppo, saluto il mio compagno di viaggio velocemente, convinta di rivederlo il giorno dopo. Non immagino che, purtroppo, non avrò il tempo di incontrarlo prima di ripartire con il treno per Tangeri. È un gran peccato, penserò sul mio treno diretto all’aeroporto di Casablanca, non essere riusciti a dirci “addio”. Non si tratta di un vero addio, ma comunque passerà del tempo prima di rivederci nella medina di Fès, o per le vie di Tangeri. Le persone a cui teniamo dovremmo salutarle sempre calorosamente, come se non dovessimo rivederle mai più, giusto per fargli capire quanto sono importanti per noi. E il mio compagno di viaggio cantastorie è diventato per me una di quelle persone importanti, in sole nove ore di viaggio in pullman.
Le mie ultime ore del mio ultimo weekend le trascorro visitando i dintorni di Fès. Non abbiamo molto tempo, quindi ci affidiamo a un tassista, con cui riusciamo a contrattare davanti alla stazione. Per un buon prezzo, accetta di guidarci in un piccolo tour vicino a Sefrou, passando per il villaggio trogloditico di Bhalil. Qui, sono state scoperte delle abitazioni rupestri, scavate nel fianco di una collina, usate dagli uomini preistorici e poi dalle tribù berbere per nascondersi dagli invasori*. Qui, io e la mia amica italiana siamo le uniche turiste. Ci perdiamo per un attimo tra le vie calde e desolate di questo villaggio e anche questo momento, ripensandoci, è surreale.
Sembriamo delle intruse, eppure le persone non ci guardano con sospetto né ci infastidiscono. Per un attimo, disturbiamo la loro quotidianità, ma i due anziani seduti sul gradino continuano a giocare a scacchi, i bambini continuano a rincorrersi, le donne continuano a portare secchi pieni d’acqua. Scopriamo che in questo posto, isolato dal resto del mondo, ci sono degli studi dentistici e perfino due discoteche. Ma a giudicare da come scorre tranquilla la mattinata, non riusciamo ad immaginare un’animata vita notturna. Prima di ripartire per Tangeri con un’altra compagna di viaggio, ho giusto il tempo di vedere delle piccole cascate (un punto di ritrovo per molte famiglie della zona) e di mangiare, ancora una volta, al Cafè Clock.

Cascate, luogo di ritrovo per molte famiglie marocchine durante l’estate
L’attesa alla stazione di Fès è snervante, per via del caldo, che mi ha provocato un gran mal di stomaco. Ancora non immagino che il viaggio in treno sarà, almeno all’inizio, altrettanto snervante. Finestrini chiusi, vagone pieno, aria condizionata difettosa. In pratica, un mix letale. L’unico modo per sopravvivere sarà appoggiare il polso sulla bocchetta dell’aria fredda, bere tanta acqua e non pensarci. Per fortuna, grazie alla mia compagna di viaggio, il tempo scorre e il treno arriva stranamente in orario. Verso le 21, siamo alla stazione di Tanger Ville. Dopo un altro weekend alla scoperta del Marocco e una scorpacciata di caldo, siamo di nuovo a casa. Indecise se cenare nella medina o no, alla fine ci ritroviamo sedute nella pizzeria di un centro commerciale. Provare piatti nuovi ogni giorno è divertente e curioso, ma anche trovare una pizza mediocre in un Paese non proprio occidentale, a volte, può essere piacevole. Saluto la mia amica, con cui ho condiviso il viaggio di ritorno da Fès. Subito dopo, penso al mio amico cantastorie, con cui ho condiviso il viaggio di andata da Tangeri. È strano immaginare due persone così diverse che si ritrovano simili. È strano immaginare due mondi così lontani che si incontrano fino a fondersi.
Ti auguro di trovare il vero amore, compagno di viaggio cantastorie. A me, un po’ dell’amore che hai da dare, è arrivato.
*Informazioni riprese dalla guida National Geographic sul Marocco, di Carole French (giornalista della Bbc e scrittrice)
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