Migrazioni, quale emergenza? Rispondono i dati

Il 90% degli arrivi dalle coste libiche, raddoppiano i minori non accompagnati, il piano di Relocation non decolla, le risposte di Unione Europea e Italia.

migranti-1Nessuna emergenza. Nessuna invasione. Ma un flusso migratorio costante nel corso degli anni, con un maggiore aumento rispetto al 2015 (+18%), ma lieve se confrontato con il 2014 (+7%). Raddoppia, invece, ed è questa la vera emergenza, il numero dei minori stranieri non accompagnati, che arrivano sulle nostre coste completamente soli e sono esposti a situazioni di pericolo, proprio perché più vulnerabili e indifesi.

I dati sono forniti dall’Unhcr e dal Ministero dell’Interno italiano e sono aggiornati al 31 dicembre 2016. Permettono, quindi, di avere un quadro complessivo della situazione.

Dall’1 gennaio al 31 dicembre dello scorso anno, sono sbarcati 181.436 migranti, con un picco nei mesi di marzo, ottobre e novembre. Di questi, 25.846 sono minori stranieri non accompagnati (più del 90% dei minori che sbarcano sono soli). Un numero spaventoso se pensiamo ai circa 12.000 del 2015, e ai 13.000 del 2014.

migranti-2

Dati Unhcr

Nigeria, Eritrea, Guinea, Costa D’Avorio, Gambia, Senegal, Mali, Sudan, Bangladesh e Somalia, le principali nazionalità dichiarate all’arrivo dai migranti. Augusta, Pozzallo, Catania e Messina, i principali porti di arrivo. E la Libia, secondo l’Unhcr, rimane il primo Paese di partenza per i lunghi viaggi via mare verso l’Italia, a bordo di barconi. Parliamo di una percentuale del 90% (le altre partenze sono dalle coste egiziane), con un numero sempre più alto di persone che segnalano casi di abusi, tra cui rapimento e tortura, che si sarebbero verificati nella rotta attraverso il deserto del Sahara e la Libia. Per non parlare di coloro che nel deserto, o in mare, hanno perso la vita.

– L’accoglienza Un altro dato molto importante riguarda l’accoglienza. Infatti, in seguito alla chiusura delle frontiere nel nord Italia e per via delle rigide procedure di identificazione all’interno degli hotspot (nel nostro Paese, per il momento, se ne contano 4: Pozzallo, Trapani, Lampedusa e Taranto), sono sempre di più i migranti che rimangono sul territorio italiano, non più luogo di semplice transito. Così, anche il trend dell’accoglienza è cambiato.

migranti-6

Dati Ministero dell’Interno

Al 31 dicembre 2016, erano ben 176.554 le persone inserite nel sistema di accoglienza nazionale. La maggior parte, nei centri di accoglienza straordinari (CAS) aperti a partire dal 2014, una minima parte (23.822 persone) nei centri del Sistema per la protezione dei richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR), con una distribuzione sul territorio più omogenea rispetto al passato. Le percentuali più alte si registrano, comunque, in Lombardia, Lazio, Veneto, Piemonte, Campania e Sicilia.

– La Relocation Di fronte a queste cifre, i centri di accoglienza sono sovraccarichi. A questo, si aggiunge il fatto che il piano di Relocation, proposto nell’estate del 2015 dall’Unione Europa, proprio per alleggerire il carico dell’accoglienza, non sta ancora funzionando come dovrebbe. Il programma prevedeva di ricollocare circa 160.000 migranti, provenienti da Italia, Grecia e Ungheria, in altri Stati europei. Per il momento, stando ai numeri forniti dal Ministero dell’Interno, dall’Italia sono partite solo 2.654 persone verso diversi Paesi, tra cui: Finlandia, Germania, Portogallo, Olanda, Svizzera, Norvegia.

– Transitanti e richiedenti asilo Per coloro che non scelgono la Relocation, l’alternativa è chiedere asilo in Italia, dal momento che il regolamento di Dublino prevede che la domanda debba essere presentata nel Paese di arrivo. Non è, quindi, riconosciuta la figura del cosiddetto transitante.

migranti-7

Dati Ministero dell’Interno, esiti domande mese di dicembre 2016

A molti dei richiedenti viene riconosciuto lo status di rifugiato o un’altra forma di protezione internazionale (umanitaria o sussidiaria). Per altri, invece, può arrivare il diniego, con la possibilità di presentare un ricorso (delle 5.865 richieste esaminate solo nel dicembre del 2016, il 52% ha avuto come esito il diniego, mentre il 48% varie forme di protezione, Fonte Ministero dell’Interno). In ogni caso, tutti hanno il diritto di avanzare la loro richiesta, che dovrebbe essere valutata dalle commissioni territoriali competenti, non sulla base della nazionalità, ma riflettendo sul singolo caso. Senza dimenticare che dietro ogni numero c’è una persona e dietro ogni persona c’è una storia.

Partendo da questi numeri sulle migrazioni, si può notare come la chiusura della rotta balcanica non abbia determinato un drastico aumento dei flussi attraverso il Mediterraneo. Le persone dirette verso i Balcani partivano, infatti, da Paesi come la Siria, l’Afghanistan, l’Iraq e il Pakistan, mentre sulle coste italiane sbarcano principalmente migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana. E gli arrivi, in misura diversa nel corso dell’anno, dipendono “dalle condizioni climatiche, dalla situazione nei Paesi di partenza e dalla capacità dei trafficanti di organizzare le partenze”.

– Come intervenire I flussi migratori verso l’Europa e gli sbarchi sulle coste italiane sono ormai un fenomeno strutturale. Quindi, per affrontare il problema, tutti gli interventi delle istituzioni europee e italiane dovranno essere di lungo termine. Proprio in questi giorni, l’Unione Europea, con la Dichiarazione di Malta, siglata lo scorso 3 febbraio dai membri del Consiglio Europeo riuniti a La Valletta, afferma di voler “ridurre in maniera significativa i flussi migratori lungo la rotta del Mediterraneo centrale e smantellare il modello di attività dei trafficanti”. Il piano dell’Ue prevede di addestrare la Guardia costiera libica per il pattugliamento delle coste e, di fatto, per il respingimento dei migranti nei centri libici, con l’obiettivo dichiarato di “chiudere la rotta dalla Libia all’Italia”.

gentiloni

Presidente del consiglio, Paolo Gentiloni

Un primo passo in questa direzione è rappresentato dal Memorandum d’intesa, firmato il 2 febbraio a Roma dal premier italiano, Paolo Gentiloni, e dal premier libico Fayez al-Sarraj. Tuttavia, è ancora da capire come questi interventi per arginare i flussi, a partire dal sud della Libia (al confine con il Niger e il Ciad), possano conciliarsi con il rispetto dei diritti umani.

A proposito dell’Italia, fa discutere il nuovo piano immigrazione, presentato dal ministro dell’interno, Marco Minniti, alla Conferenza Stato-Regioni e che sarà presentato proprio domani alle Commissioni riunite Affari costituzionali di Camera e Senato. Il pacchetto prevede la riapertura di Centri di identificazione ed espulsione (Cie regionali che prenderanno il nome di cpr, centri per il rimpatrio), nuovi rimpatri e accordi bilaterali con i Paesi d’origine dei migranti.

20170129_171642

La sala del Palazzo della Cultura di Caprarola che ha ospitato l’evento “Esodi – Aiutiamoli a casa loro?”. Tra i relatori: Lucio Caracciolo, Stefano Liberti e il prefetto Mario Morcone, capo Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione

Paesi che, però, non sono sicuri né democratici, come ha spiegato chiaramente il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, intervenendo durante l’incontro “Esodi – Aiutiamoli a casa loro?”, che si è tenuto lo scorso 29 gennaio a Caprarola, in provincia di Viterbo. “Le rotte classiche dell’Africa passano per il Niger. I Governi europei pensano di poter controllare i flussi partendo da questo Paese, dimenticando che è lo stesso Governo nigerino a gestire quei traffici”. “L’Italia – ha aggiunto – deve adattarsi ad accogliere una quota importante di coloro che sbarcano sulle nostre coste e ad integrare queste persone. È necessaria una gestione nazionale del problema e una forte solidarietà internazionale. È una sfida difficile, ma necessaria”.

Ed è una sfida che l’Italia e l’Europa potrebbero vincere senza troppe difficoltà. Basti pensare che il Libano*, con una popolazione di 4,5 milioni di abitanti, accoglie oltre un milione di profughi*. Mentre, gli arrivi in Italia sono pari allo 0,3% della popolazione nazionale.

*Il movimento maggiore di profughi riguarda ancora il sud del mondo. Oggi, 7 Paesi (Kenya, Etiopia, Iran, Pakistan, Turchia, Libano, Giordania) ospitano il 70% dei profughi.

* Persona costretta ad abbandonare il proprio Paese a causa di guerre, persecuzioni o catastrofi naturali.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.