L’altra faccia dell’accoglienza: gli invisibili di via Vannina

Hotspot, centri di prima accoglienza, SPRAR (Sistema per richiedenti asilo e rifugiati) e CAS (centri di accoglienza straordinari). In Italia, il sistema di accoglienza istituzionale è complesso e articolato. Le istituzioni cercano di rispondere innanzitutto ad esigenze di sicurezza e controllo, identificando i migranti all’interno degli hotspot, subito dopo lo sbarco, valutando se sono migranti economici o hanno diritto a chiedere protezione internazionale. Poi, rispondono alla continua richiesta di posti letto facendo spesso ricorso ai centri di accoglienza straordinari, con cui di fatto si gestisce un fenomeno migratorio strutturale in maniera emergenziale. In questi mesi, come conseguenza della chiusura delle frontiere nel Nord Italia e per via delle ferree procedure di identificazione negli hotspot, sempre più persone richiedono asilo in Italia o relocation in Europa.

Al di fuori del sistema di accoglienza, ormai saturo, c’è una realtà fatta di insediamenti informali, in cui vivono i migranti, o perché devono ancora presentare la loro richiesta di asilo, o perché non hanno intenzione di restare in Italia. Così, rinunciano all’accoglienza, transitano sul territorio italiano, fermandosi soprattutto a Roma e a Milano, nella speranza di raggiungere il confine e riuscire ad oltrepassarlo. In altri casi, i migranti si allontanano volontariamente dai centri in cui sono accolti, per via delle procedure di asilo molto lunghe e delle lunghe attese dopo un diniego da parte della Commissione territoriale competente.

Ma ci sono anche coloro che hanno completato l’intero percorso ed escono dal sistema con in mano un documento che ne attesta lo status di rifugiato o il riconoscimento di altre forme di protezione internazionale (umanitaria o sussidiaria). Persone che hanno diritto alla protezione, ma che non hanno ricevuto alcuno strumento per integrarsi e inserirsi nella società. In molti casi, infatti, a creare marginalità sociale e isolamento è la mancanza di programmi di integrazione negli stessi CAS. A cui bisogna aggiungere la mancanza di lavoro generalizzata e la totale assenza di prospettive per il futuro, un problema che purtroppo riguarda anche la popolazione italiana, sempre di più a rischio di esclusione sociale.

Tutti gli esclusi o i fuoriusciti dall’iter dell’accoglienza, spesso, sono ben visibili nelle strade delle nostre città, ma invisibili per le istituzioni e per l’opinione pubblica. Gli invisibili vivono in baraccopoli, all’esterno delle stazioni, lungo i fiumi, nei parchi pubblici, o all’interno di edifici occupati che si trovano in luoghi isolati, o nel centro della città. Gli invisibili rimangono tra i dimenticati, almeno finché non ci sono sgomberi da parte delle Forze dell’ordine, o non si verificano incidenti gravi (come è accaduto qualche mese fa in Puglia, nel Gran Ghetto di Rignano, dove le baracche di alcuni migranti hanno preso fuoco e l’intera area è stata sgomberata). In questi casi, le notizie riempiono le pagine dei giornali e ci si affretta a ricostruire la vicenda fornendo una cronaca dettagliata dell’accaduto, ma senza che si arrivi mai ad una soluzione. Così, si continua a sgomberare per riportare il decoro, sgombero dopo sgombero, senza prevedere che quelle stesse persone, poco dopo, si ritroveranno a dormire e mangiare nello stesso posto, non avendo una valida alternativa.

Gli invisibili di via Vannina

Gli invisibili di via Vannina, una strada sterrata situata alla periferia nord est di Roma, a pochi chilometri dalla metro Rebibbia nella zona Tor Cervara-San Basilio, sono tanti, oltre 500. Quando arrivo sul posto sono passati alcuni giorni dagli sgomberi e molte famiglie si sono già allontanate in altre occupazioni. Non ci sono più le donne nigeriane che abitavano qui da alcuni mesi, né i loro figli, tanti minori, alcuni dei quali neonati. Nell’esigenza di effettuare dei controlli antiterrorismo, l’8 giugno scorso, le persone sono state allontanate dalla struttura (che ne ospitava circa 300) e accompagnate in questura per l’identificazione. Una donna è stata denunciata per resistenza a pubblico ufficiale. Dopo lo sgombero, la struttura al civico 74 è stata riconsegnata al legittimo proprietario, che lo scorso aprile aveva acquistato il vecchio fabbricato industriale all’asta, per la cifra di 865.000 euro.

Degli abitanti di questo luogo informale dell’accoglienza non c’è più traccia, ma ci sono tracce del loro passaggio: valigie, giocattoli, computer, vestiti, scarpe e altri effetti personali, che ora sono ammassati davanti al civico 78 di via Vannina. Qui si trova un secondo edificio (che ospitava circa 200 persone). La Polizia ha fatto irruzione anche in questo stabile, il 12 giugno, senza preavviso. Tanti ragazzi sono stati feriti a colpi di manganello. Ci mostrano i segni di quelle violenze su gambe e braccia.

In tanti, nonostante i controlli e gli sgomberi, hanno deciso di rimanere, non avendo un altro posto dove andare. Sono circa una settantina, originari del Gambia, del Senegal e di altri Paesi africani. Molti hanno un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Tra loro, ci sono alcune donne e un solo bambino, giuridicamente un “minore straniero non accompagnato” e, dunque, un soggetto vulnerabile che dovrebbe essere tutelato. Eppure, al momento dello sgombero, nessuno ha pensato di trasferirlo in un ambiente protetto. Al nostro arrivo, i ragazzi ci vengono subito incontro: qualcuno ha dei forti dolori allo stomaco, qualcuno ha bisogno di supporto legale. Il cortile interno, se così si può definire, è pieno di oggetti buttati a terra. Camminiamo sopra a un pezzetto di legno, per non finire con le scarpe nel fango. La terra è zuppa perché qui fuori c’è l’unica pompa dell’acqua disponibile. L’acqua non è potabile, ma non ci sono alternative. Così, durante le poche ore trascorse qui, vedrò spesso la stessa donna, con il viso stanco, andare a prendere l’acqua e ritornare con il secchio vuoto per riempirlo ancora.

Al piano terra, troviamo dei ragazzi seduti su vecchie poltrone e sedie raccolta qua e là, bottiglie vuote e sporcizia tutto intorno. La struttura, anche in questo caso un capannone industriale, non è in buone condizioni. Se fosse fatta una perizia, molto probabilmente, risulterebbe inagibile. Un generatore elettrico è acceso al centro di questo enorme stanzone semi vuoto. Dobbiamo fare attenzione a dove mettiamo i piedi. Al piano di sopra la situazione non è migliore. I servizi igienici sono praticamente inesistenti. L’unico bagno che vediamo è privo di scarico. O meglio, scarica nella stanza accanto. Anche qui, ci sono grandi spazi vuoti e tanti pannelli di compensato ammassati a terra.

Quelle scritte di rabbia, dolore, morte e libertà

Mi colpisce lo spazio che trovo di fronte a me, poco dopo. Si tratta di una grande sala con un bancone e una dispensa con pacchi di pasta. Molti ragazzi sono seduti intorno a un tavolino. Sento un buon profumo di peperoni. Qualcuno sta preparando la sua cena, o forse il pranzo. Qui, ci si può permettere un solo pasto al giorno. Qualcuno sta già mangiando, altri ascoltano la musica. Per cucinare si usano dei fornelletti da campeggio, attaccati ad una bombola del gas. Il che rende la situazione ancora più pericolosa, all’interno di una struttura già fatiscente. In questo spazio, sembra che i ragazzi si ritrovino, come in un normale salotto, per scambiare quattro chiacchiere. Ma non ci sono tende, né tappeti, né si sente aria di casa. Le finestre sono rotte, i panni stesi su un filo, le scarpe sparse ovunque, forse un risultato del recente sgombero, il pavimento è sporco, le pareti piene di scritte. “If you feel it, you know it”, “Se lo provi lo sai” c’è scritto su un muro. E in effetti solo chi vive in queste condizioni, ogni giorno, può capire davvero come ci si sente. Io, che cerco sempre di mettermi nei panni degli altri, mentre cammino mi sento impotente immaginando di ritrovarmi di notte in un posto senza luce, né acqua, né bagni. E senza una via d’uscita.

“Feel no pain. Freedom”, “Nessun dolore, libertà”, leggo subito dopo. Mentre mi allontano dal resto del gruppo per fare qualche foto, si avvicina un ragazzo del Gambia che ho conosciuto poco prima. Ha 22 anni e si trova qui da poche settimane. Parla un inglese poco comprensibile. Ha gli occhi stanchi, diverse ferite sul braccio. Anche lui, come tanti altri, racconta di essere stato picchiato dalla Polizia. Indossa una maglietta con la bandiera del Regno Unito e porta un braccialetto con inciso il suo nome. Gli chiedo se in questo posto, così caotico, è riuscito a trovare un angolo solo per lui, in cui si possa sentire tranquillo. Mi mostra la sua stanza, ricavata mettendo insieme tanti pezzi di compensato. E’ molto buia e prova a fare luce con il cellulare per mostrarmi le sue cose sistemate con cura. Sono poche in realtà. La sua nuova vita in Italia è racchiusa in una sola valigia. Qui, è tutto ordinato, durante lo sgombero non hanno toccato niente. C’è un materasso per terra, con un lenzuolo, nessun cuscino. I due lati della porta sono ricoperti di scritte rosse.

L’inglese non è perfetto, ma il senso delle sue parole è un grido di dolore e una richiesta di aiuto: “Never give up. Fight. The journey of a thousand miles begins with a step and it always ends with a step. Dead before dishonour”. “Non arrendersi mai, combattere. Il viaggio di mille miglia inizia con un passo e finisce sempre con un passo. Morte prima del disonore”. “Lo hai scritto tu?” gli chiedo. “Sì, queste frasi le ho scritte tutte io”, mi risponde accennando un sorriso amaro.

Anche un altro ragazzo ci accompagna a vedere la sua stanza. Originario del Senegal, è arrivato con un barcone partito dalla Libia. Suo fratello è riuscito ad andare direttamente in Germania in aereo. Per lui invece, che aveva problemi con i documenti, non è stato possibile e ha dovuto scegliere la via più lunga. Si trova in questo capannone industriale da due mesi. Dormiva davanti alla stazione di Rebibbia, quando un suo amico gli ha proposto di venire qui, per non restare in strada. Ora, custodisce la sua stanza gelosamente, tanto che la porta è chiusa con un lucchetto. “Qui dentro dormiamo in tre, ma ci sono tante cose personali, per questo la tengo chiusa a chiave, non voglio che qualcuno entri”. Nonostante il buio, riesco a vedere alcuni oggetti. Piatti sporchi, una macchinina, delle tazzine. “Ci piace mangiare gli spaghetti e bere il caffè”. Cibo italiano, nonostante la brutta accoglienza. Acquistano i pacchi di pasta in un mini market per pochi euro, dopo aver racimolato qualche soldo vendendo delle scarpe usate e altri oggetti vari. Non c’è altro modo di vivere. Non ci sono alternative per loro. Prima di uscire mi mostra un simbolo religioso che tiene vicino al letto. Mi chiede, per la terza volta da quando sono arrivata, se sto bene e se sono felice. Mi sorride. “I’m fine”, rispondo. E mi sento fortunata perché sono nata dalla parte giusta del mondo, solo per uno strano gioco del destino.

Mentre mi avvicino alle scale per lasciare questo capannone industriale, che loro provano a chiamare casa, le ultime parole che leggo sono quelle scritte in stampatello su un montacarichi in disuso: “Vietato trasporto persone”. Penso tra me e me che sarebbe bello vivere in una città, capitale di un Paese civile, in cui i migranti siano considerati, appunto, persone e non oggetti di poco valore da spostare da una parte all’altra. Arrivata al piano terra, attraverso di nuovo la grande stanza vuota, il generatore elettrico è ancora acceso. I ragazzi sono ancora seduti a parlare. All’esterno, l’unico bambino che vive qui sta giocando a pallone. Il sole è andato via, ma l’aria è ancora calda e pesante. Tra poco non ci sarà più luce. Ma i ragazzi mi hanno spiegato che non è un problema, ormai si sono abituati. Accenderanno, come ogni sera, delle candele. Così, anche in via Vannina, in questa zona industriale di periferia, la notte sarà un po’ meno buia.

Quando incontri gli invisibili di via Vannina, parli con loro e memorizzi i loro nomi, ti rendi conto che sono persone normali, con i tuoi stessi semplici desideri. E riescono ad essere perfino ospitali, anche se non hanno nulla da offrire. Vorrei ricambiare con la stessa ospitalità, portarli in un posto pulito, con dei bagni, delle stanze luminose e una cucina vera. Vorrei che il Paese in cui sono nata e cresciuta li accogliesse come meritano.

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