Una voce da Tunisi: perdersi per ritrovarsi

Appunti tunisini riletti a distanza di quattro mesi e rivisitati inserendo alcune cronache tunisine. Solo un assaggio della mia lunga e intensa esperienza in questo Paese che qualcuno definisce “porta per l’Africa” e che io porterò nel cuore

*** Cronache di bagagli senza fardelli *** 24 ottobre 2017

“Passaporto, biglietto, soldi, friselline pugliesi, mutande, calzini, penne, quaderni, tisane, dizionario di arabo, libro, fermenti lattici, costume, cappotto, sandali, stivali, copriletto marocchino, orecchini. Ansia, felicità, insonnia, curiosità, paura, giusto un po’. Nonnino mio, a casa avevi sempre “due di tutto”. Io stasera vorrei un tuo doppio abbraccio e due chiacchiere nel tuo salotto. Seguimi da lassù che domani si parte”.

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Mare mosso, scogli, case bianche e taxi gialli, le rovine di Carthage, La Goulette, il verde e il blu, il porto. Sono le prime immagini di Tunisi che vedo dall’alto, seduta in seconda fila, da sola, su un volo partito dall’Italia cinquanta minuti prima. È il 25 ottobre. Il tempo che si impiega per arrivare qui è più o meno quello necessario per arrivare a Milano. In questo caso, però, basta poco meno di un’ora per cambiare completamente prospettiva.

Non è la prima volta che visito un Paese arabo. Non è il mio primo volo. Eppure, mentre sono in aeroporto in attesa di partire e di incontrare il resto del gruppo che viaggerà con me, provo una leggera ansia. Forse, per gli impegni che avevo a Roma e a cui tenevo, forse per un’opportunità interessante a cui ho dovuto rinunciare, forse per alcuni sentimenti lasciati in sospeso, forse perché so che in questo periodo della mia vita sentirò la mancanza di qualcuno, a differenza di un anno fa. E un po’ anche perché so che andrò a vivere da sola in una città in cui non ho mai vissuto e di cui non conosco i quartieri, gli odori, i colori.

Sono un mix di emozioni che non riesco a controllare, tra il check-in, un rapido controllo del passaporto e l’imbarco. Scrivo le mie prime righe tunisine in una fredda domenica pomeriggio, indossando vestiti decisamente troppo leggeri. Approfitto della tranquillità del cafè sotto casa. Sono a Tunisi da due settimane. Due settimane in cui ho cambiato due case e due quartieri: Bab El Khadra nel centro della città, a pochi passi da Avenue de la Liberté, e Bardo nella zona ovest. Il primo molto movimentato, vivo sia di notte che di giorno. Il secondo molto sorvegliato, a tutte le ore. Il primo sconsigliato da quasi tutte le persone con cui ho parlato prima di partire, ma scoprirò che la frutta del suo mercato è molto più saporita rispetto a quella del Monoprix (catena di supermercati tunisina) e il pane appena sfornato è irresistibile. Per non parlare delle olive.

Souk di Bab El Khadra, Tunisi @ Alice Passamonti

Nei miei primi giorni tunisini, tra una disavventura e l’altra, visito diversi quartieri: Mutuelville, dove hanno sede le principali ambasciate, tra cui quella italiana, El Menzah dove ha sede la Camera di Commercio italo-tunisina, La Goulette dove il pesce è appena pescato e la gente cordiale. Ma passeggio anche nella medina di Tunisi, dichiarata Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO, per me un luogo magico e affascinante. Entro nella moschea Zaytouna, che significa “ulivo”.  Oltre ad accedere al cortile, mi permettono di visitare lo spazio destinato alla preghiera. Mi colpiscono l’eleganza dei lampadari, il silenzio, la tranquillità delle donne, rigorosamente separate dagli uomini. Tutte le stradine della medina conducono alla Moschea, tappa obbligata per i turisti e per i musulmani al richiamo del muezzin (persona incaricata di ricordare il momento della preghiera), oltre che un punto di riferimento importante, quando ci si perde tra i vicoli stretti. Nei giorni e nelle serate successive, scopro Gammarth e La Marsa, le zone della movida, e Sidi Bou Said, un piccolo gioiello affacciato sul mare, interamente bianco con porte blu, buganvillee e gerani rossi, una località un tempo molto turistica, dove il narghilè e il tè alla menta continuano a costare più del normale.

Segno sull’agenda anche Sidi Bouzid, dal nome simile, ma dalla diversa collocazione geografica. È una città nel centro della Tunisia, luogo in cui il venditore ambulante Mohamed Bouazizi si diede fuoco per protesta, e in cui ebbero inizio le rivolte del dicembre 2010 che portarono alla rivoluzione del 2011. Quella che viene generalmente definita rivoluzione dei Gelsomini, usando un’espressione imposta dall’Occidente. A Sidi Bouzid, si trova la sede di una radio indipendente, nata dal basso come progetto sperimentale e che sopravvive ancora oggi, come tante altre associazioni, create dopo la caduta del Regime di Ben Alì in un momento di grande fervore culturale. La radio prosegue le sue trasmissioni ogni giorno, dando voce alle piccole realtà locali, in una Regione difficile e povera dell’entroterra tunisino.

*** Cronache tunisine vagabonde *** 31 ottobre 2017

Due traslochi, disavventure, taxi gialli pieni, taxi gialli che non passano, taxi gialli che non portano più di tre persone, traffico, chilometri a piedi, vesciche, cerotti. Mare, scogli, pesce, bianco, blu. Foto, poche. Inglese, francese, tunisino, arabo, italiano, mal di testa. “Mush har, aishek”, “mush har, maledizione ho detto mush har e non ha capito”, frittate piccanti, carne piccante, pasta piccante, patatine fritte, patatine fritte come se piovesse, tè con le mandorle, tè con i pinoli, datteri, crepes con la nutella, mandarini del souk, banane del souk, maklub, caffè turco. Vestiti ancora ammucchiati in una valigia e materassi per terra, coperte pesanti, cappotti leggeri. Sette giorni in Tunisia. Non si può dire che siano stati noiosi.

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Nel mio primo weekend visito il Museo Nazionale del Bardo, ospitato in quella che un tempo era la residenza della dinastia dei Bei di Tunisi. All’interno, sono ancora visibili i colpi dei proiettili esplosi e inesplosi. Teatro dell’attentato del 2015, il museo si trova accanto al Parlamento tunisino. Le scale che si vedono affacciandosi dalle finestre del museo sono quelle utilizzate dai turisti per fuggire dagli attentatori. Quando arrivo, il cancello del Parlamento è chiuso. Davanti all’ingresso del Bardo, invece, ci sono uomini in divisa che controllano minuziosamente i passaporti dei turisti, per la verità non molti in questi ultimi anni. Visito il museo con una certa fretta, perché siamo vicini all’orario di chiusura. Mi riprometto di tornare con più calma, per fotografare la ricca collezione di mosaici contenuti nelle varie sale.

Qualche giorno dopo la visita, scoprirò che due agenti di polizia sono stati accoltellati proprio in quella zona e che dopo questo episodio, i poliziotti hanno iniziato uno sciopero bianco, lavorando con una fascia al braccio, in segno di protesta per l’attacco subito dalle forze dell’ordine. Per la verità, ad informarmi sugli sviluppi della vicenda è una docente del Master che sto frequentando, dato che la notizia non è trapelata sui mezzi di informazione europei e internazionali. La situazione in quei giorni sembra molto tesa. Ma essendo appena arrivata nel Paese, non sono ancora in grado di interpretare i fatti. Anche nella medina, in una domenica mattina apparentemente tranquilla, camminando verso la Moschea con un’amica, trovo molti poliziotti in borghese, impegnati ad identificare e perquisire alcuni ragazzi. Ma in poche settimane, mi renderò conto che questi controlli, qui, sono la normalità.

Quella mattina, dopo una spesa al mercato centrale, un tempo attrazione turistica oltre che un luogo frequentato abitualmente dai tunisini per comprare frutta, verdura, carne e pesce, decido di rientrare a casa. Ma il quartiere in cui vivo (e in cui vivrò per il primo mese, prima di trasferirmi a Place Pasteur), Berge du Lac, è fin troppo silenzioso e asettico. Costruito dai Sauditi, come centro degli affari e del business, qui sono presenti diverse ambasciate, oltre che alberghi, ristoranti di lusso e le sedi dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM) e dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). Per strada non c’è quasi mai nessuno. Così, non mi resta che scrivere. In questo cafè. Scrivo in un italiano che non saprei se definire corretto, dato che nei primi 15 giorni di soggiorno ascolto quattro lingue diverse: inglese, francese, arabo e italiano.

*** Brevi cronache tunisine in francese *** 9 novembre 2017

Le persone normali imparano a dire “Ti amo” in una nuova lingua. Io ho imparato a dire “Excuse-moi. Je voudrais misurer la pression, s’il vous plaît”. Una vita tunisina sempre ricca di gioie. Comunque, il secondo giorno stavo bene e la vista era stupenda.

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A dire il vero, questo non è l’arabo che studio a Roma. E’ il dialetto tunisino, diverso dal marocchino, dall’algerino, dall’egiziano e così via. Un gran caos linguistico, perfino per chi ama le lingue straniere come me. Per sopravvivere, è sufficiente mettersi l’anima in pace, consapevoli del fatto che l’arabo che si avvicina di più a quello standard è il dialetto siriano, insieme all’arabo parlato in Giordania, Libano e Palestina, prossima tappa sulla mia lista. Tutt’altra area geografica rispetto a quella in cui mi trovo adesso. Il che all’inizio mi innervosisce parecchio, perché significa che non potrò utilizzare gran parte delle parole che ho imparato finora, nelle mie lezioni settimanali a Roma, tra San Lorenzo e il Pigneto. Qualche giorno dopo, facendo la spesa nel souk, capirò che qualche pillola di arabo è sempre utile, soprattutto nel tentativo di non sembrare italiana. Missione compiuta, a quanto pare. Forse per la mia pronuncia impeccabile nel salutare il tassista in arabo, nei mesi successivi mi sentirò dire più volte che sembro libanese. E prenderò questo commento come un grande complimento.

La Goulette, Tunisi @ Alice Passamonti

I miei primi giorni tunisini sono così frenetici e complicati da non lasciarmi il tempo di riprendere fiato e di assaporare tutta la bellezza della città. Prima della partenza, un amico mi aveva consigliato di non fare mai dei confronti con l’Italia, di non tentare mai un parallelismo tra la mia vita a Roma e la vita qui a Tunisi. In effetti, si riesce a conoscere davvero una nuova realtà solo accettando la diversità e superando i propri pregiudizi. Tuttavia, cercando di evitare un confronto con l’Italia, in realtà stavo facendo un confronto con il mio Marocco, il primo Paese del nord Africa che ho visitato, un Paese che mi è entrato nel cuore, che mi ha risucchiata fin dal primo giorno in un vortice di emozioni indescrivibili. Un Paese unico con il suo cous cous, il tè alla menta, le spezie, il deserto, le sue montagne rosse, i sorrisi delle persone, le moschee, i souk, i tramonti sul mare, i quartieri popolari, le sue mille sfumature che non finiscono mai di sorprenderti, anche quando pensi che i tuoi occhi abbiano già visto tutto lo splendore possibile.

*** cronache tunisine liberatorie *** 12 novembre 2017

Quando il taxi ti lascia davanti alla medina dopo una settimana pesante in un quartiere asettico, di quelli che si potrebbero trovare a Dubai. Scendi dal taxi, inizi a camminare nelle vie del souk con i negozi ancora chiusi e ti senti subito più leggera. Finalmente, aria, sole, succo d’arancia, gatti, argilla, argan e queste belle rughe che scavano il volto a un angolo della strada. Tunisi bella. Troverò il mio posto anche qui.

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Nelle mie prime giornate tunisine, piene di avventure spiacevoli e difficoltà pratiche da affrontare, un pensiero fisso mi ha sempre accompagnata: “La Tunisia non è il Marocco, Tunisi non è la mia Tangeri”. Questo perché il mio primo impatto con Tunisi non è stato affatto positivo.

In parte, perché vivendo questa città si sente tutto il peso che le persone portano con sé. Si percepisce la difficoltà di molti, la rabbia e la frustrazione di altri. Giustificata, scoprirò. Ma soprattutto, perché Tunisi è una città che non si fa abbracciare subito. Anzi, all’inizio quasi ti respinge, ti suggerisce in silenzio di allontanarti. Ti destabilizza e ti affascina allo stesso tempo. O almeno, così è successo a me. Ti fa innervosire con la sua lentezza e il caos, poi ti consola con la medina e il mare. Tunisi, una città dai mille volti, è quel rapporto di amore e odio che però mi piace. Una sensazione che avevo già provato a Fèz, in Marocco, nelle calde giornate di agosto di due anni fa.

Tunisi, proprio come una persona che ti evita ma che in fondo ti vuole, resta lì immobile aspettando che sia tu a fare un passo verso di lei, per scoprirla piano piano, a volte con fatica, porta dopo porta, vicolo dopo vicolo, ruga dopo ruga, leblebi dopo leblebi. E se fai quel passo, alla fine ti accoglie a braccia aperte, con i suoi teatri e i suoi cinema. Con i suoi cafè, le sue librerie, i suoi centri culturali, i suoi artisti, scrittori, registi, poeti, calligrafi, le sue mille associazioni, i suoi movimenti giovanili che continuano a nascere in un Paese in cui finalmente c’è libertà di espressione, anche se manca il lavoro.

Mantenere la calma, anche quando una situazione inaspettata ti agita, non è facile qui a Tunisi, soprattutto nella fase dell’ambientamento quando si è da soli, senza parlare né francese, né arabo. Cercare di vedere il lato positivo delle cose, anche quando niente sembra andare per il verso giusto, può risultare difficile. Ma tentare di entrare in contatto con una nuova cultura è sempre una sfida, prima di tutto con sé stessi. Darsi del tempo per conoscere i quartieri e le persone è lo strumento migliore per entrare in confidenza con una città. Il segreto, in effetti, è non avere mai troppa fretta. Questo, però, me l’ha insegnato il Marocco.

Mentre scrivo, il cafè inizia a popolarsi. Intorno a me, sono tutti uomini. Qualcuno fuma il narghilè, qualcuno guarda la partita (ieri la nazionale tunisina ha battuto la nazionale libica), qualcuno sorseggia un tè alle mandorle o con i pinoli. Io ho optato per un semplice tè alla menta. Purtroppo, l’ho lasciato a metà per colpa della mia pressione alta, che è venuta con me anche se non l’avevo messa in valigia.

A Tunisi, per via della mia alimentazione romana più o meno salutare, mi accorgo che ho delle difficoltà. Il cibo mi sembra piccante, molto piccante, o quantomeno speziato, e all’inizio arriverà piccante anche provando a ripetere più volte “har le”, “senza harissa”, appunto. L’harissa è un prodotto tipico della Tunisia. Le patatine fritte, uno dei contorni più usati nei ristoranti in cui mi ritrovo a mangiare. Perfino la frittata è piccante, tanto quanto la pasta. Il che è abbastanza curioso. Le cipolle sono ovunque e le uova fanno parte di quasi tutti i miei primi pasti, così tante da fare indigestione. La carne rossa, al contrario, non è presente nei miei primi menù e al supermercato non ha un bell’aspetto.

Nelle prime due settimane, nei luoghi che frequento (capirò presto che sono quelli sbagliati) non c’è neanche l’ombra del cous cous. In compenso, ci sono il brik (una pasta sottile ripiena di patate, uova, tonno e rigorosamente fritta), il leblebi (una zuppa a base di ceci, il mio piatto invernale preferito) e dei biscotti a base di datteri. I datteri si trovano ovunque. Vicino al mercato centrale, a pochi passi da Avenue Bourguiba, c’è un’intera via dedicata a questo frutto. Se con Tunisi il rapporto è di amore e odio, con i datteri tunisini è stato subito amore. Morbidi e zuccherati, ne bastano un paio per ritrovare le energie durante una lunga lezione di economia delle migrazioni.

L’esperienza più avvincente nelle prime giornate tunisine (e anche nelle ultime) rimane cercare un taxi. Qui, i taxi sono gialli e trasportano fino a 4 persone. Se sono liberi, hanno una luce rossa accesa. Se sono occupati, stranamente la luce è verde. Anche questo fa parte delle contraddizioni della città. All’inizio, la cosa mi crea confusione e in molti casi mi ritrovo a fermare dei taxi con la luce verde accesa, pensando stupidamente che siano liberi. Il ragionamento non vale per il semaforo. Con il rosso, non si passa. O almeno, non si dovrebbe. A differenza della mia Tangeri, dove si può salire insieme ad altri passeggeri se si va nella stessa direzione, qui non è possibile salire se c’è già un’altra persona a bordo. Questo vuol dire che durante l’orario di punta, dalle 17:30 alle 19:00, in alcuni quartieri, ad esempio El Menzah, è quasi impossibile trovare un taxi rosso (libero e disposto anche a fermarsi, il che non è così scontato). La maggior parte sono verdi e trasportano una sola persona. Un enorme spreco di benzina per loro e di tempo per noi utenti in attesa.

Il taxi è un mezzo di trasporto comune a Tunisi, economico per gli stranieri. Una corsa può costare pochi dinari (3 dinari equivalgono ad un euro circa). Lo prendo più volte nell’arco della settimana per raggiungere le sedi del master o per andare in centro, soprattutto il sabato o la domenica mattina, per non mancare l’appuntamento fisso con la spesa nel souk. Le lunghe attese sono indimenticabili, soprattutto per le tante tecniche messe in pratica nel tentativo di tornare a casa: spostarsi vicino all’incrocio per avere più possibilità di farsi notare da un tassista distratto; spostarsi di qualche chilometro nella speranza di veder passare un taxi libero. Sedersi, prendere un tè e riprovare in un momento più fortunato si rivelerà, comunque, la soluzione migliore. In ogni caso, l’attesa più lunga non ha mai raggiunto le due ore. Più o meno il tempo che si impiega dal centro di Roma alla periferia sud con i mezzi pubblici, in una giornata di pioggia.

Nelle mie prime giornate tunisine ho avuto nostalgia di Roma. L’Italia, in realtà, non mi è mancata molto. Come una minestra riscaldata che hai già assaggiato troppe volte, come un quadro che conosci a memoria e che non riesci a vedere con occhi diversi. Come un film di cui vorresti cambiare il finale, ma non puoi. Eppure, disorientata e un po’ fragile, mi è capitato di avere nostalgia della mia stanza. Ho sentito perfino la mancanza di guidare la macchina sul raccordo con la musica a tutto volume tornando dal centro, nostalgia degli odori che conosco e dei miei fratelli, nostalgia della mia quotidianità. Un’emozione che non pensavo di provare, perché ci crediamo forti e dal cuore impenetrabile, sempre in cerca di libertà. Invincibili e solitari, sempre e comunque. Almeno alcuni di noi. E invece ho sentito il bisogno di quell’abbraccio che Tunisi all’inizio non riusciva a darmi. Di quelle braccia, virtuali o reali, che anche a Roma mi respingono. Eppure le vado a cercare, di giorno e di notte.

Nonostante l’entusiasmo, quando non riesci ad ambientarti in un posto e non puoi esprimerti usando la tua lingua perché nessuno ti capirebbe, in quelle fasi di ambientamento inevitabili in ogni nuova città in cui ti ritrovi a vivere per tua scelta, tutto quello che desideri è ciò che conosci già, nel bene o nel male. Ma è proprio desiderando, solo per un attimo, di tornare a casa, che ho capito di trovarmi esattamente nel posto giusto. Va bene partire e scoprire. Va bene lasciare la propria casa e vedere la propria vita da fuori. Va bene anche perdersi per ritrovarsi più forti.

Uscire dalla nostra zona di comfort, dalla nostra area protetta, allontanarci da ciò che già conosciamo, dalle nostre poche certezze, dalla nostra vita di sempre, spesso noiosa e frustrante, è indispensabile per ripensarci, viverci e conoscerci davvero, sia attraverso una città che attraverso l’altro. La sensazione di casa che cerchiamo può essere una persona, un luogo, una situazione familiare che ci fa sentire al sicuro. Ma alla fine si trova sempre il proprio angolo di felicità, nonostante un inizio un po’ traumatico. E finalmente si trova quella tranquillità tanto attesa. Così, anche in un Paese “straniero” possiamo sentirci a casa. E quelli che ci sembravano “estranei” possono rivelarsi le persone con cui riusciamo a confidarci davvero. La parte più difficile, quando ci si perde e ci si ritrova, è ritornare.

*** Cronache tunisine solitarie *** 15 novembre 2017

Il primo libro in francese non si scorda mai. E nemmeno la prima lunga conversazione in francese con il tassista, che alla fine chiede perplesso: “Ma quindi se non parli francese né arabo, come fai a farti capire a Tunisi?” “Io e te adesso ci siamo capiti!” “Si è vero”. “Ayshek, bslema”. Riuscirò a rendervi simpatici, anche a costo di restare qui un anno.

 *** Cronache cinematografiche tunisine *** 26 novembre 2017

25 novembre. La mia prima volta al cinema da da sola. Sul muro è raffigurato il Piccolo Principe. In basso a destra, la scritta “…disegnami una pecora”. Alla fine, se non sbaglio, il disegno che il Piccolo Principe preferisce è quello della pecora che c’è ma non si vede, è al sicuro, nascosta in una scatola. O forse in trappola, senza via d’uscita. Dipende dai punti di vista.

Il cinema è a Carthage. Molto confortevole. Mi sento quasi a casa. Prendo il biglietto con un’ora di anticipo. Vorrei un posto alto centrale, ma qui non ci sono posti assegnati. Il ragazzo della biglietteria ride del mio francese. Mi registro per essere informata sui prossimi eventi culturali che organizzano. Nell’attesa, ricarico il telefono e il ragazzo della biglietteria mi porta una sedia vicino alla presa. I pop corn sono molto buoni. E non posso proprio entrare in sala senza pop corn, nonostante la pressione alta.

Il film che ho scelto è in arabo con sottotitoli in francese. Dopo qualche minuto, mi rendo conto che riesco a capire tutti i dialoghi. Meno male. Sono sorpresa. Quasi subito, capisco anche di cosa parla La Belle e la Meute, una creazione della giovane regista tunisina Kaouther Ben Hani. La protagonista, una ragazza violentata dalla polizia su una spiaggia di Tunisi, deve lottare per difendere i propri diritti e la propria dignità, ma la giustizia e la società non sono dalla sua parte. Quasi nessuno, né in ospedale né alla stazione di polizia, dà peso alle sue parole. Qualcuno cerca di sminuire la sua testimonianza.

Vittima di violenza sessuale, ad un certo punto, si ritrova addirittura a dover dimostrare la sue innocenza. Un film che non è fantasia, purtroppo, ma che è ispirato ad una storia vera. Un fatto di cronaca che risale al 2012. Un episodio grave perché ha coinvolto le forze di polizia e perché ha messo in luce tutte le difficoltà che deve affrontare una donna, quando non viene creduta, quando viene lasciata sola. I colpevoli, all’inizio difesi e protetti dal sistema, alla fine sono stati condannati a 15 anni di reclusione.

Il film è drammatico, ma a tratti in sala la gente ride. Alcune scene, infatti, sono ricreate in maniera grottesca e quasi comica. Ma la risata è un po’ amara, almeno per me. Penso che oggi, 25 novembre, si celebra la “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”. Un’espressione così lunga per ricordarci una cosa molto semplice: le donne non vanno lasciate sole, quando arrivano in ospedale, quando decidono con coraggio di denunciare, quando chiedono aiuto. Non vanno lasciate sole e vanno ascoltate, anche nel loro silenzio. Essere donne è bello, ma a volte, in questo mondo, fa un po’ paura.

 *** Cronache tunisine della domenica *** 3 dicembre 2017

Un caffè in compagnia. Rue Charles de Gaulle. Una lunga passeggiata a piedi senza meta. Il profumo della carne grigliata, il pesce fresco e il caos. Una pozzanghera. Le mie scarpe bagnate. Un giornale in francese. Conversazioni in arabo. Io che cerco di ricordarmi la strada per tornare al punto di partenza. Un accento veneto inconfondibile. Il mio tentativo di non sembrare italiana mentre il signore veneto mi guarda. Il cameriere che si ricorda il mio nome e mi sorride. Io che non mi ricordo il suo, ma qui si chiamano quasi tutti Mohammed e indovino. Lui che mi lascia un bigliettino con scritto il suo numero e sotto “Ti amo”. Un’altra lunga passeggiata senza meta, pensando all’amore, quello vero, che un po’ mi manca. La mia libreria preferita. La mia dipendenza da libri e quaderni. Il mio ennesimo acquisto. Il freddo. I negozi chiusi. Una finestra rotta. Un intonaco vecchio. Una porta chiusa. Una foto storta. Il mio passo veloce. I pensieri lenti. A tratti, oggi, per qualche secondo, nostalgia di casa.

*** Cronache tunisine palestinesi *** 7 dicembre 2017

Caro Trump, per te Gerusalemme è la capitale di Israele.

Peccato che la proclamazione della città come capitale di Israele non sia mai stata ritenuta valida dalla comunità internazionale. Peccato che l’annessione di Gerusalemme Est nel ’67 sia stata considerata illegale dalle Nazioni Unite. È un gran peccato anche che gli Stati che hanno rapporti con Israele abbiano deciso di mantenere la sede della loro ambasciata a Tel Aviv.

Manifestazione in supporto della Palestina, dopo le dichiarazioni di Trump, 8 dicembre 2017, Avenue Mohamed V, Tunisi @ Alice Passamonti

Di fatto, caro Trump, Gerusalemme, considerata città santa da Ebraismo, Cristianesimo e Islam, rimane una capitale contestata, simbolo della separazione tra Israele e Palestina. Per molti è solo una città, ma in realtà rappresenta molto di più, con il suo muro di separazione e il suo checkpoint israeliano.

E comunque, caro Trump, qui a Tunisi, Rue de Palestine si trova accanto a Avenue de la Libertè. Le strade sono parallele, vanno nella stessa direIone. E Rue de Palestine incrocia Rue de Jerusalem. Così, per dire.

*** Brevi cronache tunisine di un giovedì *** 4 gennaio 2018

I sentimenti non si provano a comando. Non c’è un modo preciso per innamorarsi di qualcuno. Dopo una lunga storia finita male, pensiamo di non riuscire più a provare niente e invece il cuore, con il tempo, piano piano, ha la straordinaria capacità di ricucirsi. Ma si crea anche una corazza intorno, una barriera difficile da oltrepassare.

Poi ci sono quelle persone che senza saperlo, e magari senza volerlo davvero, riescono ad andare oltre quella corazza e accarezzano dolcemente quel cuore ancora un po’ impaurito. Quelle persone che ti mancano, all’improvviso, in un giovedì di gennaio.

*** Cronache tunisine confuse *** 14 gennaio 2018

In un solo giorno, articolo in italiano, project work in inglese, conversazione a tavola in francese e sul taxi in arabo (ci proviamo). Tanta confusione in testa sulle parole da usare alla fine della giornata e ancora qualche dubbio su come interpretare quello che è successo in questi ultimi giorni qui in Tunisia, tra manifestazioni e proteste.

Settimo anniversario della Rivoluzione, 14 gennaio 2018, Avenue Bourguiba, Tunisi @ Alice Passamonti

Per fortuna, le foto parlano da sole. Avenue Bourguiba, 14 gennaio, 7 anni dopo. Una mattinata tranquilla, certamente tra aria di festa e rabbia, ma senza scontri con la polizia che pure era presente in maniera massiccia. Tante famiglie con bambini e tante famiglie dei martiri della Rivoluzione. Forse, meno persone del previsto e una partecipazione troppo frammentata, con tanti banchetti e cortei separati di movimenti e partiti.

In ogni caso, per me, un’occasione per riflettere con calma sul futuro di questo Paese dalle mille contraddizioni, di questa giovane democrazia da maneggiare con cura. 

*** Cronache tunisine di fine percorso *** 29 gennaio 2018

Felice di aver concluso anche questo percorso, breve ma intenso. Felice soprattutto di aver portato in una sede istituzionale un tema che mi sta molto a cuore, la Palestina. E di aver potuto parlare della mancata integrazione dei rifugiati palestinesi, ai quali non è neanche garantito un diritto al ritorno nella propria terra. Il lavoro di ricerca è ancora molto lungo, ma da qualche parte dovevo iniziare. A questo punto, prossime tappe Libano e Palestina, inshaallah!

*** Cronache tunisine di partenze e ritorni *** 26 febbraio 2018

Grazie Hammamet per la medina e il mare.
Grazie Bizerte per i pescatori e il cous cous.
Grazie Gabès per il makloub, la macchina, il louage e le risate condivise. 
Grazie Douiret per il nuovo anno, la musica e il fuoco in ottima compagnia.
Grazie Chenini per avermi fatto conoscere Mohamed e gli ksar.
Grazie Mohamed per avermi portato nel deserto e per aver aperto la porta della tua casa.
Grazie Tataouine per le splendide persone che ci hanno ospitato senza conoscerci.

Grazie Toujane per il tuo villaggio e il sorriso di un bambino.
Grazie Medenine per le difficili storie di vita che hai condiviso con me.
Grazie Zarzis per gli oggetti, l’ospitalità, la gentilezza inaspettata e la triste realtà che mi hai mostrato insieme a Chamseddine.

Grazie Tunisi, infine, per gli amici, il souk, i libri, il teatro, il cinema, le crepes, i taxi gialli, i colori, la pioggia, il leblebi, le moschee, le spezie, i profumi, lo stress e la poesia, la mia stanza a Place Pasteur, la mia seconda famiglia che mi ha accolto come una figlia. Grazie per le esperienze, alcune delle quali spiacevoli, che mi hanno fatto crescere ancora un po’. Grazie per l’arabo, il francese, l’inglese, l’italiano, la tua confusione e il mio caos. Grazie Tunisi per essere diventata la mia casa, per aver aperto la mia mente e il mio cuore. Grazie per essere stata un’amica sincera e un rifugio, anche quando non volevi farti abbracciare.

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