La disinformazione alimenta la nostra percezione distorta della realtà, il che genera paura. La paura ci porta ad affidarci a chi propone politiche restrittive, promettendo di renderci più sicuri, ma di fatto limitando la libertà degli altri e quindi anche la nostra
Razzismo e xenofobia. Di fronte ad una persona che insulta “il migrante” e inneggia a politiche repressive, ho provato mentalmente a non rispondere, come fanno in tanti, “sei razzista”. Ho provato a non reagire con l’insulto o con lo scontro. Ho cercato, anche se con grande difficoltà, di capire, di andare a fondo, di non restare su un livello di ragionamento superficiale, tanto da una parte quanto dall’altra.
Ho capito, ad esempio, che in molti lamentano un’assenza di notizie sulle condizioni degli italiani. Lamentano il fatto che ormai si parli solo di stranieri, immigrati, richiedenti asilo, clandestini, rifugiati, accoglienza, sbarchi, rimpatri. Si parla molto poco delle condizioni dei braccianti africani, ma si parla ancora meno delle braccianti italiane. Degli italiani invisibili, è vero, se ne parla molto poco. Con questa prima riflessione, l’impegno personale concreto, da giornalista, è di scrivere e raccontare come vivono tutti gli invisibili, italiani e stranieri insieme, senza distinzioni.
Ho fatto questa prima riflessione parlando con una persona potenzialmente “razzista, xenofoba”, ma anche leggendo un testo che tutti gli addetti ai lavori nel settore dell’informazione e dell’accoglienza, oltre che i diplomatici e i policy makers, dovrebbero aprire e leggere attentamente, con evidenziatore alla mano: “Immigrazione, cambiare tutto” di Stefano Allievi, professore di Sociologia e direttore del Master sull’Islam in Europa presso l’Università di Padova. Un libro che mi è stato consigliato durante il mio ultimo soggiorno a Tunisi, ad agosto.
Dopo molti capitoli interessanti ricchi di analisi lucide, mai banali e spesso controcorrente rispetto alla narrazione quotidiana, Allievi cerca anche di trarre delle conclusioni e proporre delle soluzioni ad un problema strutturale. La sua lunga riflessione a pagina 132 vale la pena di essere riportata di seguito, perché permette di capire (al di là di soluzioni necessarie, quali l’apertura di canali di ingresso legali e sicuri, nuove quote di ingresso nazionali per motivi di lavoro, progetti reali di cooperazione allo sviluppo nei Paesi d’origine, gestione europea del fenomeno migratorio, buona gestione del sistema di accoglienza) come bisognerebbe intervenire per fare in modo che nessuno si senta escluso, né dal racconto giornalistico, né tantomeno dalle politiche dei Governi.
“C’è un limite nell’aiuto erogabile a una categoria di persone. E sta nelle altre categorie di persone: quelle non prese in considerazione, o che hanno la sensazione di non esserlo. Come abbiamo già argomentato, la sensazione non è implausibile, e il problema reale.
C’è un salto di qualità possibile, tuttavia, che lo supererebbe in gran parte: mettere insieme tutte le forme di disagio sociale, trattandole allo stesso modo. Far capire, insomma, che, intanto, a occuparsi di richiedenti asilo stranieri si possono creare posti di lavoro – e qualificati, volendo, e stabili – di autoctoni; ma oltre a quello, l’utenza stessa dei servizi potrebbe essere allargata, rivolgendosi a tutte le forme di difficoltà (ciascuna, certo, con le proprie specificità e i propri conseguenti specialismi).
Di formazione e di orientamento al lavoro, ma anche, a monte delle skills (psicologiche, di struttura della personalità, di educazione e di formazione di base) necessarie a immaginarsi come soggetto di un progetto di sviluppo personale, hanno bisogno tutti quelli che ne hanno bisogno, italiani e stranieri. È davvero così complicato (o non è solo un problema di mentalità, di creatività, al limite di rigidità di normative) immaginare dei servizi che accolgano in alcuni ambiti tutte le diverse utenze possibili?”
Allievi, ad un certo punto della sua analisi, sposta giustamente l’attenzione dal migrante, irregolare, regolare, straniero, richiedente asilo, rifugiato, alla persona fragile, emarginata, soggetto vulnerabile da proteggere sempre e comunque, italiano o straniero che sia. Un po’ come sta tentando di far capire il sindacalista Aboubakar Soumahoro, ricordandoci, a proposito dei lavoratori delle campagne sottopagati e sfruttati, che non esiste un noi e un loro, non esiste un “prima gli italiani” ma solo un “prima gli sfruttati”, un’espressione che unisce tutti nella lotta per la rivendicazione dei diritti, non divide affatto. Prima gli sfruttati, ribadisce sempre Aboubakar, prima gli invisibili, i dimenticati, i senza diritti, tutti.
Per evitare, aggiungo io, una forma di discriminazione al contrario. Per evitare che qualcuno possa sentirsi dimenticato nella sua marginalità. Chiarito questo punto, è quindi chiaro che la priorità debba essere la creazione di una sistema di welfare, come in ogni Paese sviluppato che si rispetti.
Ma la persona con cui parlo, potenzialmente “razzista, xenofoba” e che sarebbe liquidata malamente con uno di questi appellativi da qualche politico, giornalista, attivista, volontario, cooperante, mi dice qualcos’altro di interessante.
Questa persona ripropone e ribadisce con forza una serie di luoghi comuni e stereotipi sul tema delle migrazioni: “Non possiamo accoglierli tutti, sono troppi. Poi, si prendono questi 35 euro al giorno senza fare niente, bivaccando nelle strade. E poi non scappano tutti dalle guerre e non mi sembra nemmeno che muoiano di fame, hai visto che muscoli. Hanno anche un bel cellulare”.
Una percezione del fenomeno in parte alimentata dalla cattiva, cattivissima gestione del sistema d’accoglienza, che porta effettivamente le persone a bivaccare per le strade, non per scelta, ma per assenza di un sistema di integrazione e inclusione sociale. In parte, nei numeri soprattutto, una percezione del tutto distorta e deviata. Lo confermano i dati dell’Ispos, ancora una volta, citati nel testo di Stefano Allievi, a pagina 129. Gli italiani credono che gli immigrati rappresentino il 26% della popolazione residente in Italia e di questi che i musulmani siano il 20%. Entrambi i dati sono sbagliati: “Le cifre reali ci dicono che i primi sono circa il 10% (stimando e comprendendo anche gli irregolari) e i secondi il 3,5%”. Secondo diverse ricerche internazionali, prosegue poi Allievi, nella sovrastima numerica legata al tema delle migrazioni, siamo in buona compagnia nel mondo. La percezione distorta interessa, infatti, anche l’opinione pubblica di Giappone, Polonia, Sud Corea e Ungheria.
In una condizione di insicurezza diffusa, di angoscia rispetto al futuro, crediamo che l’altro minacci la nostra serenità, in realtà già perduta per colpa di altri, che gli immigrati ci stiano invadendo davvero e per “rubarci il lavoro”. La percezione distorta della realtà genera paura nei confronti dell’altro (spesso un altro che non abbiamo mai incontrato da vicino, ma di cui abbiamo sentito parlare solo con la voce di altri che parlavano di lui in tv o sui giornali), soprattutto se partiamo da una condizione personale precaria, instabile.
Mi sono rimaste impresse, qualche giorno fa, le parole di un giovane ragazzo del Mali che a proposito della società italiana spiegava: “In Italia non c’è razzismo, ma tanta paura”. Questo era il suo punto di vista, da giovane immigrato nel nostro Paese, in cerca di un futuro migliore per poter portare qui anche sua moglie e sua figlia.
La paura ci porta ad affidarci a quel politico che sia in grado di proporre soluzioni facili e veloci al problema, anche e soprattutto attraverso l’attuazione di politiche securitarie e repressive. Ci affidiamo al politico che promette di proteggerci e di farci sentire al sicuro.
La persona potenzialmente “razzista”, troppo convinta che quei numeri siano reali e che dunque il pericolo sia imminente, non si rende conto che la politica securitaria, spesso miope, a lungo andare arriverà a limitare la libertà di tutti, anche la sua.
“La tua libertà protegge la mia”, è la frase scelta da una ragazzo durante un laboratorio di auto-narrazione e racconto di sé al quale partecipo come addetta alla comunicazione. Ed è proprio vero, quando la libertà dell’altro viene limitata troppo, la politica securitaria ricadrà anche su di me, su di noi.
Tornando al punto di partenza del ragionamento, la percezione distorta della realtà, purtroppo, è alimentata anche dal nostro sistema d’informazione. La convinzione profonda è che con un’informazione libera, fatta di giornalisti liberi e preparati sui temi di cui si occupano, si potrebbe proporre una narrazione reale senza alimentare una percezione distorta della realtà, che genera paura.
Non è un caso che i Paesi citati nei paragrafi precedenti occupino posizioni basse nelle classifiche sulla libertà di stampa. Forse, un’interpretazione che si allontana dalle intenzioni dell’autore, ma su cui vale la pena riflettere, per capire come uscire da questa situazione. Un’informazione libera, ne sono sempre più convinta, può fare la differenza. L’articolo 21 della Costituzione tutela, infatti, non solo il diritto del giornalista di informare, ma anche il diritto passivo del cittadino, lettore, di essere correttamente informato, affinché possa maturare un’opinione consapevole.
Alla fine della conversazione con la persona potenzialmente “razzista, xenofoba”, dopo aver smontato punto per punto i luoghi comuni, gli stereotipi e le falsità, rimangono alcuni nodi da sciogliere.
E allora sarebbe il caso di ripartire da tre interventi concreti per cambiare le cose, consapevoli che il cambiamento, in particolare quello culturale, richiede del tempo. Il primo è una gestione seria del fenomeno migratorio. Il testo “Immigrazione, cambiare tutto” ci ricorda che è un’utopia pensare di bloccare i flussi, è un’utopia immaginare un mondo senza migrazioni, senza mobilità, senza persone in movimento. Utopia, però, è anche pensare che non esistano i confini. Uno Stato intelligente, quindi, cerca di regolare i flussi migratori in maniera controllata e sicura, per togliere potere ai trafficanti e assicurarsi davvero che nessuno muoia né in mare né a terra, in Libia o nel deserto. E l’Unione Europea, così come è stata parte del problema, di fatto alimentando il traffico di esseri umani con la sua immobilità e indifferenza, dovrebbe ora essere parte della soluzione.
Il secondo intervento necessario, in parte già anticipato, è la creazione di un sistema di welfare che “accolga” nel vero senso della parola tutte le forme di marginalità sociale e disagio. Gli esclusi e gli ultimi, senza distinzione di razza o colore.
Il terzo aspetto fondamentale su cui intervenire è la creazione di un sistema di informazione basato realmente sui principi sanciti dall’articolo 21: il diritto del giornalista di informare e del cittadino di essere informato, con dati corretti, approfondimenti e articoli che lo aiutino a capire e anche a conoscere le storie dei singoli individui, italiani, stranieri. Queste storie trovano ancora troppo poco spazio, al di là del limite di battute.
Serve un lavoro giornalistico quotidiano di mediazione culturale, difficile ma necessario. Un giornalismo sensibile, curioso e coraggioso che permetta l’incontro di storie individuali per ritrovarsi simili. Anche in questo caso, vengono in aiuto le parole di Stefano Allievi, che interpreta in maniera perfetta il mio pensiero, maturato negli ultimi mesi, vissuti tra la Tunisia e l’Italia, tra le due sponde del Mediterraneo, così vicine eppure così lontane.
“Sono le e-mozioni, ovvero quel qualcosa che ci fa muovere al di fuori di noi, a consentirci di andare verso l’altro. Le definizioni astratte, cartesiane, oggettivanti, spesso ci portano nella direzione opposta: quella dell’alterizzazione dell’altro.
Ma è un discorso che ci porterebbe lontano. Qui ci limitiamo a sottolineare che ogni politica legata alla gestione dei flussi migratori, se vuole essere efficace, deve sortire come effetto la creazione di legame sociale, di ascolto: innanzitutto di chi non è d’accordo con noi, non solo di chi è diverso da noi. Se separa, non è una buona politica. E con questo abbiamo già un buon criterio di giudizio sulle leggi e le pratiche attuali”.
Questo discorso vale sia per la politica sia per il giornalismo, nel senso più profondo del termine. Bisogna respingere con forza chiunque provi a dividere, allontanare le persone, costruire muri. E favorire con ogni mezzo l’incontro, la conoscenza reciproca, l’ascolto, la costruzione di ponti reali e metaforici.
In realtà, basterebbe soltanto un po’ buon di buon senso, tanto nei palazzi del potere quanto nel mondo dell’informazione. Basterebbe ricordarsi ogni giorno che la paura, del presente, del futuro, dell’altro, di noi stessi, è un sentimento da maneggiare con cura.
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