Orchestra dei braccianti, la forza della musica per vincere il caporalato

Sul palco del Teatro Mercadante di Cerignola, le voci e le storie dei braccianti. Il progetto di Terra! Onlus riunisce musicisti e migranti per rivendicare i diritti dei lavoratori e favorire l’integrazione

Italia, Francia, Tunisia, Libia, India, Nigeria, Gambia, Ghana, Stati Uniti. Diciotto musicisti, professionisti e non, nove Paesi di provenienza, percorsi di vita che si incontrano, tante lingue diverse e un solo linguaggio universale, la musica.

L’Orchestra dei braccianti, creata dall’associazione Terra! Onlus con il sostegno del Fondo di Beneficenza di Intesa Sanpaolo e inserita all’interno del progetto Voci Migranti finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, è salita sul palco per la prima volta lo scorso 9 novembre, nel Teatro Mercadante di Cerignola, in Puglia. E in queste settimane, ha fatto tappa anche in altre città d’Italia, per rompere il silenzio su un tema delicato come il caporalato, dando voce e restituendo dignità ai braccianti agricoli che vivono ogni giorno sulla propria pelle gli effetti di una filiera agroalimentare che produce sfruttamento e marginalità sociale.

Obiettivo dell’orchestra è denunciare questa realtà, spesso raccontata dalle inchieste giornalistiche, ma ancora troppo lontana dai banchi di scuola e dalle piazze. Così, per sensibilizzare gli studenti e l’intera cittadinanza, Terra! ha deciso di iniziare il suo viaggio musicale partendo proprio dalla zona della Capitanata.

Raccontare la filiera sporca – “In questi anni – spiega Fabio Ciconte, presidente di Terra! – abbiamo lavorato molto sulla questione del caporalato. Prima di tutto, denunciando le storture della filiera e le cause che portavano alla necessità di ricorrere al caporalato (inteso come forma di intermediazione illecita di manodopera, ndr). Parallelamente, Terra! si è impegnata sui temi dell’agricoltura e dell’inserimento lavorativo di alcuni ragazzi” che provengono dai ghetti. “Dopo tanti mesi di lavoro sul campo – prosegue – volevamo arrivare direttamente ai cittadini”. Da qui, è nata l’idea di dare vita ad un progetto che uscisse dal territorio parlando con un linguaggio diverso. “Conosciamo bene il fenomeno e l’evoluzione del fenomeno. Oggi, possiamo raccontarlo anche attraverso la musica”.

La musica e la terra – L’Orchestra dei braccianti, diretta dal cantautore Alessandro Nosenzo, coinvolge musicisti professionisti, tra cui l’artista italo-francese Sandro Joyeux, il bassista Emanuele Brignola, Sergio CaputoGiulia Anita Bari, project manager di Terra! e violinista, ma anche braccianti agricoli che vivono o che hanno vissuto nel ghetto di Borgo Mezzanone, oggi il più grande insediamento informale d’Italia. Molti di loro si sono conosciuti in occasione dell’iniziativa “Fuori dal ghetto Tour” e hanno deciso di proseguire insieme sulla strada della rivendicazione dei diritti. Tutti sono uniti dalla passione per la musica e da un forte legame con la terra.

Salvatore “Xalik” Villani, voce e chitarra, foto di Alice Passamonti

Chitarra, basso, batteria, sassofono, tromba, flauto, violino. Mani che raccolgono i prodotti delle campagne, ma anche capaci di suonare strumenti musicali. Tanti suoni diversi che si fondono in maniera armonica dando vita a ritmi africani, indiani, napoletani, con qualche influenza araba, dalla Libia alla Tunisia.

È il caso di Marzouk Mejri, cantautore e polistrumentista tunisino, originario di Tebourba, cresciuto a contatto con la terra e con la musica. “Me ne intendo di coltivazione del grano, perché ho lavorato molto nei campi. Avevamo la trebbiatrice e il trattore”. A trasmettergli la passione per la musica fin da piccolo è il padre, all’epoca musicista della banda di Tebourba che accompagnava nei suoi incontri pubblici il leader della Tunisia, Habib Bourguiba, “ai tempi della colonizzazione francese, prima ancora che diventasse Presidente”.

Diplomato in percussioni al conservatorio di Tunisi, Marzouk Mejri arriva in Italia ventitré anni fa insieme alla sua darbuka (tipo di percussione, ndr). Nonostante le difficoltà iniziali, non ha mai smesso di suonare. “In tutta l’Africa si fa musica. Le mamme cantano, suonano e si trova sempre almeno un tamburo nelle case. La musica è un mezzo molto efficace, un linguaggio immediato, internazionale. Anche se non si parla la stessa lingua, con la musica si può iniziare a comunicare e dialogare”. Oggi, Marzouk vive a Napoli, collabora con importanti musicisti, fa parte della neonata Orchestra dei braccianti e continua a supportare a distanza gli agricoltori di Tebourba, città in cui ha creato il marchio Amazir e un presidio Slow Food, per preservare i prodotti autentici della sua terra.

L’Orchestra dei braccianti, foto di Alice Passamonti

Terra, una parola che per molti musicisti dell’Orchestra è sinonimo di sfruttamento, caporalato e condizioni di vita disumane all’interno dei ghetti. Lo sa bene Ndongo, arrivato in Italia dal Gambia nel 2016. “Mi hanno accolto al Cara di Borgo Mezzanone. Ma finita l’accoglienza non sapevo dove andare. Quindi mi sono spostato nel ghetto a fianco”. Poppi Alaudipuria, voce e percussioni dell’Orchestra dei braccianti, proviene invece dall’India. In Italia, lavora in un’azienda agricola, ma continua a coltivare la sua passione per la musica. Nell’Orchestra, c’è anche Yussif Bamba, arrivato 10 anni fa dal Ghana, accolto nel Cara di Borgo Mezzanone e oggi mediatore culturale. Adams, invece, si avvicina alla musica nel 2011. Due anni fa, l’arrivo in Italia dove si ritrova a vivere nel ghetto, un luogo che accoglie braccianti agricoli e persone emarginate dalla società, ma allo stesso tempo “il posto che riconosco come casa, l’unico da quando sono arrivato in Italia”.

Dal ghetto al palco – Joshua Ojomon, un ragazzo nigeriano di 25 anni, originario dell’Edo State, ha lasciato la sua casa tre anni fa per mettersi in viaggio. È rimasto in Libia per un anno e otto mesi, di cui tre mesi trascorsi nelle carceri libiche, come accade a molti migranti che transitano nel Paese nordafricano. Mi racconta la sua storia mentre siamo seduti sulle scale in una via di Cerignola, poche ore prima dell’inizio del concerto. Dalla passione per il canto, alla sua prima tastiera all’età di 15 anni, dallo studio come autodidatta alle difficoltà affrontate nel suo Paese d’origine anche per via del colore della sua pelle. “In Nigeria, il 99% delle persone sono nere e i ragazzi come me hanno tanti problemi. Ho capito che anche volendo restare, la vita non sarebbe stata facile. Per trovare un lavoro, devi essere nero”.

In Italia, completato l’iter per la richiesta d’asilo, ha ottenuto lo status di rifugiato. Nonostante i documenti in regola e un buon italiano, oggi è disoccupato. “Mi hanno dato i documenti, posso camminare, posso andare dove voglio senza paura, ma non ho ancora trovato un lavoro. Ho provato a cercarlo a Barletta, Foggia e Bari, ma mi hanno sempre risposto che non c’è posto”. Finora, Joshua ha lavorato per qualche mese come bracciante agricolo raccogliendo l’uva e i meloni e vivendo per brevi periodi nel ghetto di Borgo Mezzanone, senza mai avere una dimora fissa. Il suo sogno è studiare musica e migliorare la conoscenza della lingua, per poter scrivere le sue canzoni in italiano, oltre che in inglese e nel suo dialetto.

“Il progetto dell’orchestra mi piace molto perché racconta tante storie di ragazzi che parlano lingue diverse e si incontrano per fare qualcosa insieme. Ho scelto di portare sul palco una canzone scritta da me mentre ero in Libia – spiega – Parla del viaggio della vita. Noi esseri umani ci spostiamo in altre città, ma alla fine torniamo sempre a casa, perché nessun posto è come casa”. Con l’Orchestra dei braccianti, Joshua si è presentato al pubblico e ha fatto sentire la sua voce, raccontando un po’ di sé e della sua storia attraverso la musica.

Un piccolo seme nella terra del caporalato Musica che diventa strumento di mediazione culturale, di denuncia e di sensibilizzazione sul tema del caporalato, un fenomeno ancora attuale, che oggi le istituzioni provano a contrastare anche con la Legge n. 199 approvata nel 2016.

La legge, che ha introdotto tra le varie misure anche la responsabilità in solido delle aziende produttrici, “è senz’altro uno strumento utile che stiamo difendendo – spiega Ciconte – I contratti sono aumentati, anche se solo come elemento deterrente. Ciò significa che le aziende sono più attente. Allo stesso tempo – prosegue – si nota un fenomeno in crescita che già esisteva, quello del lavoro grigio (una parte del lavoro è contrattualizzata, mentre il resto è pagato in nero, ndr), a cui si aggiunge la questione della disoccupazione agricola. Non più usata come sussidio per le fasi di disoccupazione, ma sempre più utilizzata come una parte dello stipendio”, costituendo di fatto “una delle voci del salario complessivo del lavoratore”.

Inoltre, si registra ancora una “totale mancanza di trasparenza nelle filiere alimentari – aggiunge Ciconte – ci sono filiere pagate pochissimo, non solo quella del pomodoro, ma anche delle zucchine, delle angurie, dell’insalata. Quello che notiamo è che il meccanismo di fondo continua ad essere sbagliato, basti pensare alle aste al ribasso”.

Sandro Joyeux, artista italo-francese, voce e chitarra, foto di Alice Passamonti

C’è poi la realtà dei ghetti, parte integrante della filiera sporca. È qui, infatti, che i braccianti incontrano i caporali che li portano a lavoro. Una realtà invisibile di cui si parla quasi esclusivamente in relazione a fatti di cronaca. In questo senso, l’Orchestra dei braccianti mantiene un faro sempre acceso su questi luoghi, difende la causa dei lavoratori agricoli e getta in questa terra un nuovo seme che speriamo possa dare i suoi frutti.

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