Esistono tanti tipi di amore. C’è l’amore per un fratello, quello per un figlio, quello per un amico, un parente, perfino per un animale domestico. Poi, c’è quello che si prova per un’altra persona, di un altro sesso o dello stesso sesso, non ha importanza. L’amore che inizia con le farfalle nello stomaco e che dovremmo continuare ad alimentare il più possibile, come un fuoco che arde e si consuma e che manteniamo vivo aggiungendo della legna. Proprio così, allo stesso modo.
Durante il mio ultimo viaggio in treno, tra andata e ritorno ho visto tanto amore, in diverse forme.
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C’era una coppia molto bella sull’Intercity 534 da Roma Termini ad Ancona. Un orario scomodo, partenza alle 7:40. Orario invece molto comodo per chi si sposta per motivi di lavoro. Era il mio caso. E anche il caso di questa bella coppia, in un certo senso.
Lei doveva raggiungere Jesi per un incontro in azienda. L’idea del datore di lavoro era di farla licenziare per poi riassumerla. Questo il tema al centro della riunione che la aspettava poco dopo. Lui, seduto accanto a lei sul treno, posto 61 lato finestrino, non voleva lasciarla da sola in un momento così delicato. Così, aveva deciso di accompagnarla. Un viaggio di andata e ritorno in giornata. Quel giorno, ci siamo ritrovati sullo stesso vagone, carrozza 4. Io con pc, musica e lavoro. Loro mano nella mano. Ogni tanto, le labbra di lui sfioravano la fronte di lei e poi lo schiocco. Ho pensato che fosse amore. Insomma, i baci sulla fronte rappresentano sempre una qualche forma di amore.
Ho pensato anche che non bisogna desiderare una storia qualunque, bisogna desiderare sempre un amore così, fatto di baci sulla fronte su un treno qualunque in un martedì di gennaio, mentre si condivide una meta e un po’ anche un destino.
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Poco prima di arrivare ad Ancona, spento il pc, ho notato un bambino molto tenero. Prima di vederlo camminare goffamente, l’ho sentito piangere. La mamma si era allontanata per andare in bagno e lui, rimasto lì con una perfetta estranea, giustamente faceva sentire la sua voce. Poco dopo, aspettando di scendere dal treno, essendo tutti in fila sul vagone davanti alla porta, ho visto il bimbo più da vicino.
Occhi marroni, scuri scuri. Era in braccio alla mamma, tecnicamente legato dietro la schiena, come fanno spesso le donne nigeriane aiutandosi con un telo o una coperta. Il bimbo, finalmente tranquillo. La mamma senza giacca, con una valigia pesante, due borse e nessuno ad aspettarla sulla banchina. Ma non solo questo. C’era anche una ragazza che ha pronunciato parole gentili nei suoi confronti, parole d’amore assolutamente gratuite. Poi, l’ha aiutata a portare giù il trolley e le ha dato alcune indicazioni per proseguire da sola insieme a suo figlio, che in quel momento, accoccolato alla sua mamma, non piangeva più.
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Anche sul treno di ritorno, da sola con il mio pc, un quaderno e una matita, mi sono guardata intorno approfittando della lentezza del Regionale veloce 2325. Tra un annuncio e l’altro, per avvisarci che il treno avrebbe percorso la via più lenta, con “un ritardo stimato di 30 minuti, ci scusiamo per il disagio”, ho visto l’amore, credo tra marito e moglie, ma ancora adesso non ne sono sicura.
Lei con una mascherina sulla bocca, tossiva a fatica tenendo una mano sul petto. Un cappello di lana in testa e i movimenti molto lenti. Inquieta sul sedile, cambiava continuamente posizione, sofferente. Lui che le leggeva i nomi di alcune medicine, non so per curare quale male. Lei che ad un certo punto aveva freddo, anche se sul treno faceva molto caldo. Lui che la aiutava a prendere e ad indossare il cappotto. Lei che si lamentava di avere fame, lui che le tranquillizzava spiegando dolcemente che avrebbero potuto prendere qualcosa al bar una volta arrivati a Terni.
Non so se ci fosse una clinica o una casa ad aspettarli. In ogni caso, li ho visti andare via mano nella mano, poi ho visto lui abbracciare lei.
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Non sappiamo cosa può riservarci il destino, come lavoratori, genitori soli, malati forse terminali. Di sicuro, l’amore rimane l’arma più potente che esista. Come ho sentito dire qualche giorno fa in televisione, riaccesa per caso dopo diversi mesi, “l’amore pone una tregua alle ferite che ciascuno di noi porta con sé”.
La frase non era esattamente questa, ma ne ho colto il senso: l’amore fa bene. Ci fa sentire forti e invincibili anche quando siamo fragili, ci accompagna anche quando saremmo in grado di farcela da soli, ma in due è meglio, ci assiste quando siamo deboli, anzi soprattutto quando siamo deboli, senza mai chiedere niente in cambio. Perché chi ama dà e basta, non si aspetta necessariamente di ricevere indietro amore.
L’amore, anche se ci spaventa per la sua intensità e per il dolore che procura quando si esaurisce, fa bene.
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Infine, sul treno mi sono innamorata per qualche secondo di uno sconosciuto. Ma quello succede un po’ a tutti.
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