La quarantena come un’opportunità per riflettere su libertà e diritti, muri e frontiere, paura e razzismo.
Siamo italiani, siamo europei. Abituati a spostarci, a viaggiare. Sempre con il passaporto in mano. Un passaporto che ci permette di andare praticamente ovunque, senza troppe difficoltà.
Per noi, la libertà di movimento è qualcosa di scontato, non dobbiamo lottare per questo tipo di libertà, né essere troppo riconoscenti. Siamo nati liberi e senza frontiere. Nessuno, o quasi, ci rimanda indietro quando arriviamo in un qualsiasi aeroporto del mondo.
Per questo, la situazione ci spiazza, ci coglie impreparati, ci destabilizza. Semplicemente, non siamo pronti a non poter uscire quando ne abbiamo voglia. Non siamo pronti a rinunciare alla nostra routine, alla quotidianità di tutti i giorni seppur noiosa, ai weekend fuori porta, alle gite in montagna, agli aperitivi vista mare, alle vacanze all’estero. Non siamo pronti a sacrificare un pezzo della nostra libertà per il nostro bene e per quello degli altri. Ci risulta davvero difficile e all’inizio sembrava non essere proprio necessario.
Personalmente, ho vissuto l’inizio di questa emergenza sanitaria in un altro Paese. Non ero troppo preoccupata, finché non ho visto i numeri crescere sempre di più. Giorno dopo giorno, la situazione si è fatta sempre più drammatica, soprattutto nel Nord Italia. Tanto che si è arrivati alla chiusura di diverse città e poi di intere regioni, per contenere la diffusione del virus.
E anche in quel momento, qualcuno sembrava non capire la necessità di tali procedure e sottovalutava il problema. Così, mentre crescevano i casi positivi, i ricoverati in terapia intensiva e medici e infermieri lavoravano per 16 ore al giorno, non diminuiva affatto il numero di cittadini che continuavano ad andare in giro per centri commerciali, bar, ristoranti, parrucchieri, centri estetici. Nonostante le immagini abbastanza esplicite mostrate in televisione e le informazioni diffuse sui giornali e su internet.
Costretti a fermarci
Oggi, che siamo costretti a fermarci tutti e a rimanere fermi per qualche settimana, abbiamo il tempo, finalmente, di riflettere. Su di noi, sulla nostra vita, su quello che per noi conta davvero. La situazione di totale eccezionalità può essere una buona opportunità per ripensare la nostra concezione di diritti, libertà. Per fare i conti con la noia, la solitudine, la paura, la sensazione di incertezza, spaesamento, confusione.
In fondo, in gran parte dei casi, in questo momento siamo a casa con acqua, elettricità, internet, cibo e bevande, familiari e animali domestici. Siamo fermi per un po’, ma sappiamo che questa situazione, se rispetteremo le regole, per noi sarà solo momentanea. Destinata a finire nell’arco di poche settimane, proprio come è accaduto in Cina.
Queste poche settimane, però, sono indispensabili per ripartire in maniera decisa e convinta, per dare una svolta alla nostra vita, per renderci conto di cosa desideriamo davvero. Per capire se ci troviamo nel posto giusto e con le persone giuste, o se invece non è così. Dopo queste poche settimane, ciascuno di noi potrebbe decidere di iniziare una vita diversa, potrebbe reinventarsi, restare o partire (anche se non dovrebbe essere necessaria una pandemia per iniziare a vivere apprezzando la vita nella sua complessità).
Accettiamo questo tempo, che per forza di cose abbiamo a disposizione, come un dono prezioso. Leggere, scrivere, dipingere, disegnare, ascoltare la musica, parlare per ore con i nostri amici più cari, progettare, semplicemente fissare il vuoto, pensare, piangere. Normalmente, non abbiamo il privilegio di prenderci del tempo per noi, sempre troppo impegnati a correre, a concludere, ad arrivare in orario, a consegnare il lavoro, a vivere la nostra vita in maniera frenetica sognando le ferie e un po’ di quiete. Da una parte, desideriamo fermarci, dall’altra abbiamo tremendamente paura di farlo.
Questo è il momento giusto per imparare qualcosa di nuovo nella difficoltà. Qualcuno potrebbe rendersi conto di essere davvero felice da solo, qualcuno potrebbe sentirsi davvero solo. Come gestiamo lo stress, la noia, la solitudine, la lontananza fisica dalle persone che amiamo? Molti non lo sanno neanche, perché non hanno mai sperimentato tutto questo. È il momento giusto per metterci alla prova.
Come gestiamo la paura della malattia? Come organizziamo il nostro tempo libero in casa? Come viviamo la nostra normalità sospesa?
Usciremo da questo periodo diversi, maturi e più forti. Se affronteremo queste settimane con maturità, l’esperienza ci servirà di lezione. Questo momento svela le nostre debolezze e tira fuori la nostra vera natura. Come in situazioni ben peggiori, anche in questo caso, può prevalere la calma, la lucidità. Oppure al contrario possono manifestarsi violenza, rabbia, tristezza. Non lasciamo che prevalgano i nostri istinti peggiori. Non perdiamo il controllo.
Sfruttiamo questa occasione per migliorarci, per stabilire dei nuovi punti di partenza, dei nuovi obiettivi e delle nuove abitudini salutari. Attraversiamo il nostro momento di crisi esistenziale, se necessario, e usciamone a testa alta.
Pratichiamo l’empatia
Privati della libertà di muoverci, è normale sentirsi soffocare. A volte, desideriamo tanto restare a casa. Ma solo quando è una nostra libera scelta, non quando è una costrizione. E invece ci sono dei momenti eccezionali, in cui sono altri a limitare le nostre libertà personali. Accade in tempo di guerra, accade con il coprifuoco. Non siamo liberi di fare ciò che vorremmo, di spostarci, uscire e rientrare. Per noi, è solo una circostanza che passerà. Per tante altre persone lì fuori nel mondo, è la quotidianità e lo sarà ancora, anche quando noi riprenderemo in mano il nostro passaporto e ricominceremo a viaggiare.
Ecco, pratichiamo finalmente l’empatia. Proviamo a metterci nei panni degli altri. Sfruttiamo questa occasione per capire, anche solo in minima parte, cosa si prova a non potersi muovere per il pericolo che c’è fuori, non una guerra nel nostro caso, ma una possibilità di contagio. Proviamo ad immaginare che cosa si prova a non avere il controllo della propria vita. Rendiamoci conto anche di cosa significhi essere discriminati senza motivo, solo per il colore della propria pelle.
Diverse latitudini
Per me, è stato molto interessante vivere le prime settimane di emergenza in Palestina, la terra che mi ha accolta a braccia aperte e dove sono stata sempre trattata in maniera gentile, finché il virus non è arrivato anche lì ed è iniziata una sorta di caccia allo straniero, al turista europeo portatore del virus. E ci siamo finiti dentro tutti, in questa macchina di razzismo e discriminazione. Anche io che ero arrivata a gennaio, ben due mesi prima della chiusura di Betlemme e della dichiarazione dello Stato di emergenza.
È interessante provare per una volta ad essere dall’altra parte (non solo ascoltando le storie da giornalista), essere discriminati solo in quanto italiani. Quello che accade praticamente ogni giorno ai migranti che arrivano nel nostro Paese e sono insultati, discriminati, esclusi, allontanati, solo per la loro nazionalità.
Interessante, in questi giorni, osservare la reazione dei vari Governi di tutto il mondo. Osservare quali decisioni sono state prese in una situazione di emergenza, quali informazioni le istituzioni hanno deciso di condividere con la propria opinione pubblica e con l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Interessante vedere come i vari paesi abbiano risposto all’emergenza sanitaria in termini di scelte comunicative, gestione dell’ordine pubblico e delle frontiere. Interessante vedere quali siano le diverse priorità e i diversi strumenti a disposizione a seconda delle latitudini.
In Palestina, ad esempio, la chiusura di Betlemme ha portato con sé una confusione generale, una serie di azioni decise e in alcuni casi esagerate da parte della polizia palestinese, che ha iniziato a girare ostello per ostello, in cerca di stranieri, considerati un pericolo. (Non parlerò dei controlli in aeroporto al Ben Gurion di Tel Aviv. Da sempre, si sa, gli israeliani considerano gli stranieri, viaggiatori solitari, una minaccia per la sicurezza nazionale. Una forma di paranoia collettiva che va ben al di là del virus, purtroppo).
Ogni comunità reagisce a suo modo, in base agli strumenti, alle conoscenze e alle informazioni che ha a disposizione. In molti casi, la paura deriva anche dalla consapevolezza che il proprio Paese non ha strutture sanitarie adeguate per fronteggiare l’emergenza sanitaria.
E ancora una volta, anche nei Paesi più accoglienti nei confronti degli stranieri, la collettività può dimostrarsi razzista e cattiva, senza volerlo, solo per paura. Sono i nostri istinti più profondi, con cui dobbiamo fare i conti. Personalmente, lascio la Palestina con tanta amarezza e con un grande amore per il suo popolo, che nell’arco degli anni ha affrontato quarantene ben peggiori e affronta ancora oggi un’occupazione che limita la libertà di movimento ogni giorno, in violazione del diritto internazionale.
Qualcosa da imparare
Se questi momenti possono esserci di insegnamento, come prima cosa impariamo a non dare per scontati i nostri diritti e le nostre libertà, impariamo a rispettare il prossimo (perché il nostro comportamento irrispettoso può davvero mettere in pericolo la salute degli altri). Impariamo ad apprezzare la solitudine, la noia, il lento scorrere del tempo come fonte di ispirazione per creare qualcosa di nuovo.
Usciamo da questa esperienza più uniti di prima, più consapevoli di cosa prova l’altro, magari lontano e diverso da noi. Come ci insegna questo virus, alziamo continuamente muri e costruiamo barriere fisiche e metaforiche, ma alla fine dei conti siamo tutti parte di una stessa umanità in movimento, tutti vulnerabili di fronte alla malattia. Tutti spaventati e talvolta egoisti.
Immagino questo periodo come un momento di passaggio, come un’opportunità per ripensare il mondo. I giovani che in Italia lavorano in nero per necessità, che in queste circostanze hanno perso il lavoro da un giorno all’altro, si renderanno conto di quanto sia importante e necessario lottare davvero per i propri diritti. Chi non ha accesso al servizio sanitario gratuito si renderà conto di quanto sia importante avere uno Stato in grado di curarci sempre e comunque.
Chi taglia i fondi alla sanità e alla ricerca si renderà conto, spero, che sono proprio quelle persone in camice bianco a salvare vite ogni giorno, anche la loro. Sono i ricercatori italiani emigrati all’estero a trovare nuove cure per i nostri mali, i vaccini che li prevengono. Chi corre sempre e non riesce ad apprezzare le piccole gioie della vita, costretto a fermarsi, troverà forse un nuovo equilibrio. Chi si sente invincibile forse capirà che a volte è giusto avere paura, sentirsi piccoli e insicuri. Chi viene insultato all’estero in quanto italiano si ritroverà per una volta ad essere la vittima, il discriminato senza motivo, e magari imparerà qualcosa sulle emozioni degli altri.
Chi è stato costretto a rientrare in Italia, per cause di forza maggiore, si renderà conto di sentire la mancanza di quel posto che aveva imparato a chiamare casa. E non appena possibile, riaperte le frontiere, passaporto in mano, proverà a tornare. Più consapevole dell’enorme privilegio (la libertà di movimento) acquisito alla nascita senza alcun merito.
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