Funamboli

I lavoratori precari e sfruttati, come funamboli, sempre in bilico cercano di far quadrare i conti e di arrivare alla fine del mese, si tengono in equilibrio con fatica, con la paura costante di cadere in povertà. Lavoratori con contratti a termine o in nero con stipendi da fame, i primi ad essere colpiti dalla crisi economica prodotta dalla crisi sanitaria, cadono dalla fune, su cui sono rimasti in bilico troppo a lungo per colpe di altri, e non trovano neanche una rete di sicurezza a sorreggerli.

Niente safety net per chi lavorava senza diritti, protezioni sociali, tutele. Nessuna rete, se non quella importante, fondamentale creata dalle associazioni che distribuiscono i pacchi alimentari e aiutano come possono, grazie all’aiuto di altri cittadini più fortunati che scelgono di donare generi di prima necessità, tempo e solidarietà. Nessuna rete, nessun sistema di welfare per accogliere tutte le vulnerabilità di questo Paese. Nessuna rete di supporto psicologico né sostegno economico per chi era invisibile e subiva in silenzio, ogni giorno, la violenza dello Stato.

La pandemia riporta tutto e tutti, nessuno escluso, all’attenzione della politica. La povertà che cresce rimette la politica, i sindacati e i datori di lavoro di fronte alle proprie responsabilità. Ci svela la scena peggiore, senza chiederci il permesso. Ci racconta verità che non avremmo mai voluto ascoltare. Ci rende tutti, inevitabilmente, un po’ più consapevoli. La pandemia ci serve su un piatto tutti i problemi strutturali di questo Paese (dalla sanità, alla scuola, dal mondo del lavoro all’ambiente, dai trasporti al welfare), non dobbiamo neanche andare a cercarli, sono diventati tutti ben visibili. Sono tutti qui, per chi sa guardare al di là del proprio naso e vuole prendere nota.

Le istituzioni possono voltarsi dall’altra parte, far finta che le persone vulnerabili non esistano, che la diffusione del virus dipenda solo dai cittadini, che la povertà e il precariato siano una colpa dei singoli individui, mai abbastanza bravi, preparati, combattivi, competitivi per avere un lavoro dignitoso, ma sempre abbastanza ricattabili per essere sfruttati. La politica può superare l’emergenza e riportarci indietro alla nostra società individualista, frenetica e indifferente. Oppure, può cogliere questa opportunità e guardare avanti, con una visione, un’idea di futuro, un progetto.

Quello che ci insegna questa pandemia è che un Paese forte nella normalità attutisce meglio i colpi durante un’emergenza. Un Paese in cui gli autobus non sono sovraffollati, contiene meglio la diffusione del contagio, un Paese che rafforza la medicina del territorio riesce a monitorare meglio i pazienti prima che si aggravino. Un Paese che investe in sanità, non si ritrova senza posti letto né medici specializzati. Un Paese con un sistema scolastico all’avanguardia e con un solido sistema di welfare, non lascia nessuno indietro nel momento più buio. Un Paese che fa della cultura una priorità non soffoca lo spirito critico e la libertà di pensiero. Un Paese con un mercato del lavoro sano, non produce un esercito di funamboli, costantemente in bilico.

Dopo aver chiesto ai cittadini enormi sacrifici, ora tocca allo Stato sedersi ad un tavolo ed iniziare ad affrontare un passo alla volta tutte le questioni irrisolte dell’Italia, il Paese più bello del mondo, in cui si fa sempre più fatica a restare. I problemi strutturali di un Paese non si possono risolvere in pochi mesi (motivo per cui non ci siamo riusciti tra il primo e il secondo lockdown). Ma iniziare con il piede giusto è sempre il primo passo. Mettersi almeno in cammino nella giusta direzione permette di arrivare.

Questo è quello che dobbiamo pretendere dalla classe politica e imprenditoriale di questo Paese, una presa di coscienza, un’ammissione di colpe, serietà, responsabilità, un’inversione di rotta e l’inizio di un cambiamento reale, da costruire insieme alla società civile. Anche per poter dire di aver imparato qualcosa, nonostante tutto, dal 2020.

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