Quelle piazze di Roma divise per la pace

Due cortei visti da dentro, qualche riflessione e molte domande.

Sabato 5 marzo, migliaia di persone hanno sfilato a Roma, in un lungo corteo da Piazza della Repubblica a San Giovanni. Manifestavano contro la guerra in Ucraina, contro tutte le guerre ad ogni latitudine, e per la pace. Chiedevano un cessate il fuoco immediato e gridavano “Né con Putin, né con la Nato”, “No alle armi”. Condannavano l’invasione russa, ma anche le politiche espansionistiche della Nato e l’invio di armi da parte dei Paesi europei e dell’Italia. C’erano tante famiglie con bambini, uomini e donne di tutte le età come non accadeva da anni, tanti lavoratori, diverse associazioni, i movimenti studenteschi che già da diverse settimane riempiono le piazze, per denunciare un sistema scolastico ingiusto. Era sicuramente una piazza bella e variegata, che portava un’idea di pace costruita con la diplomazia. Una piazza pacifica e pacifista insomma che, pur denunciando chiaramente l’aggressore, si concedeva un po’ di spirito critico.  

Certamente, guardando Piazza San Giovanni, spiccavano il colore rosso delle bandiere della CGIL e i colori arcobaleno delle bandiere della pace, poche per la verità le bandiere gialle (come i campi di grano) e blu (come il cielo dell’Ucraina). Il corteo, organizzato dalla Rete italiana Pace e Disarmo, con qualche timidezza concettuale, ha visto la partecipazione di alcuni sindacati (altri si sono sfilati; tra questi la Cisl, critica rispetto ad una piazza troppo equidistante e troppo poco anti-Putin) e di pochi esponenti politici. Tra i presenti, Nicola Fratoianni (segretario di Sinistra Italiana) che pochi giorni prima, alla Camera dei Deputati, aveva votato contro l’invio di armi a Kiev. Tante personalità sono salite sul palco, per esprimere solidarietà al popolo ucraino e per ribadire che la violenza chiama violenza; che la no-fly zone, chiesta a gran voce dal presidente Zelensky, rischia di far degenerare il conflitto in una guerra mondiale con armi nucleari; che Putin non è l’unico responsabile; che è doveroso ricordare le vittime di tutti i conflitti. L’arrivo di Maurizio Landini (segretario della CGIL) è stato accompagnato da un sottofondo di dissenso e l’intervento, per quanto appassionato, era a tratti confuso e off topic: si è passati dal concetto di “nuovo modello sociale capace di abrogare la guerra, così come è stata abrogata la schiavitù” (nuove forme di schiavitù esistono ancora oggi purtroppo), a slogan contro il precariato e lo sfruttamento sul lavoro.

Gallery: manifestazione organizzata dalla Rete italiana Pace e Disarmo, Roma, 5 marzo 2022. Photo credits Alice Passamonti

Dopo aver partecipato in prima persona al corteo per la pace del 5 marzo, sono tornata a casa con tante emozioni positive e qualche speranza in più per il futuro, un futuro di pace che in teoria dovrebbe mettere tutti d’accordo. Ma anche con qualche domanda: “Dov’era la comunità ucraina in Italia?” “Perché, con la guerra dentro i confini d’Europa, molti hanno sentito l’esigenza di sventolare le bandiere della CGIL?” Domenica mattina, tra un biscotto e uno sbadiglio, in cerca di risposte su Google, ho scoperto che era in programma una manifestazione alle 14, sempre in Piazza della Repubblica. Questa volta, ad organizzare il corteo era l’Associazione cristiana degli ucraini in Italia. Curiosa di sapere quale fosse il messaggio di pace proposto da questa piazza, ho deciso di fare un salto.

“Slava Ukraini!”, “Gloria all’Ucraina!”, “Putin assassino, giù le mani dall’Ucraina!”, “Libertà, resistenza!” gridavano in piazza centinaia di persone, uomini, donne a bambini vestiti dei colori dell’Ucraina. Tra loro, in prima fila, alcuni piccoli profughi arrivati in questi giorni. Anche domenica, si sono susseguiti diversi interventi, questa volta intervallati dall’inno nazionale ucraino, che ha poi risuonato nelle vie di Roma per tutto il pomeriggio, fino all’arrivo del corteo a Piazza Venezia. É intervenuta la vice ambasciatrice ucraina in Italia per ricordare che “non è giusto nel mondo civile e moderno bombardare uno stato indipendente” e per chiedere “una no-fly zone sopra l’Ucraina”, perché “non possiamo permettere altri bombardamenti sulle città”. Anche il presidente dell’Associazione cristiana degli ucraini in Italia, Oles Horodetskyy, ha ribadito più volte la necessità di una no-fly zone. “Ora in Ucraina vediamo una resistenza mai vista prima, da parte di militari e civili, compresi i bambini, contro gli occupanti (…) L’Ucraina resiste, ma sappiamo che da soli sarà molto dura. Chiediamo aiuto, chiediamo di mantenere delle sanzioni durissime. Ma chiediamo anche il vostro aiuto per chiudere il cielo. Dateci almeno i missili per difenderci”.

A vedere le due manifestazioni da dentro, queste due piazze credono negli stessi valori di pace. Eppure, da una parte, ci sono migliaia di persone “Né con Putin, né con la Nato” contrarie all’invio di armi e alla no-fly zone. Dall’altra parte, c’è una comunità che intona “Bella ciao” chiedendo di chiudere al più presto il cielo sopra l’Ucraina, che implora il mondo di schierarsi con coraggio dalla parte giusta della storia e che, nelle parole di Horodetskyy, sembra rivolgersi alla piazza del 5 marzo e criticarne l’ipocrisia: “La situazione è molto chiara, c’è una parte che aggredisce e una parte che subisce l’aggressione. Allora, come si può essere per la pace senza prendere posizione tra Putin e un Paese che sta subendo bombardamenti da dieci giorni? E questa gente poi manifesta per la pace? Cosa sarebbe successo se la resistenza italiana non avesse avuto le armi per combattere il nazismo? La storia insegna poco a qualcuno (…) Chi è per la pace si schiera con il Paese aggredito e non con un criminale e non rimane indifferente, perché rimanere indifferente ora non vuol dire essere per la pace, vuol dire collaborare con l’aggressore”. E così, l’impressione è che queste due piazze, entrambe contro la guerra, percorrano la via per la pace con tanti fraintendimenti di fondo e presupposti diversi, senza riuscire a incontrarsi, né a dialogare.

Gallery: manifestazione organizzata dall’Associazione cristiana degli ucraini in Italia, Roma, 6 marzo 2022. Photo credits Alice Passamonti

Per un attimo, sono confusa, metto in dubbio le mie stesse convinzioni, le poche certezze che ho. Mi chiedo da che parte sia il giusto. Se sia possibile una resistenza senza armi. Se sia possibile, al contrario, una pace duratura conquistata con le armi. Se abbia davvero senso mettere a confronto periodi storici molto diversi, paragonare Putin a Hitler. Per un attimo, mi sento del tutto impotente, perché alla fine non spetta a noi prendere decisioni ad alti livelli, non è nostro il compito di risolvere i conflitti. Noi siamo solo tanti singoli individui che decidono di scendere in piazza, di partecipare ad una manifestazione a difesa dei valori in cui credono. Il nostro pensiero conta davvero qualcosa? Possiamo cambiare un po’ le sorti del mondo solo con la nostra presenza fisica nello spazio pubblico? Partecipiamo solo per sentirci meglio, per sentirci meno soli? E se anche fosse, cosa ci sarebbe di male? Ma soprattutto, siamo pronti ad ascoltare chi non la pensa fino in fondo come noi e percorre strade diverse? Siamo pronti a farci domande scomode, ad abbracciare la complessità, a mettere in discussione le nostre idee? Come si costruisce la pace? Come si previene la guerra?

Continuo a camminare dentro il corteo, pieno di donne ucraine di ogni età che vivono e lavorano nel nostro Paese in tanti settori. Incontro Natalia, una donna di 52 anni, da dieci anni in Italia. Cresciuta nella parte occidentale dell’Ucraina, è tornata l’ultima volta nel suo Paese lo scorso giugno e aveva intenzione di partire di nuovo ad aprile di quest’anno, per la nascita della nipote. Destinazione Ternopil, una città a circa 200 km dal confine con la Polonia, dove ancora oggi vive sua figlia, al 7° mese di gravidanza. “Ma sono sicura che partorirà prima. Sono preoccupata, ho paura per lei”. In Ucraina, c’è anche suo cognato, costretto a restare per combattere, come tanti altri uomini. Le chiedo se ha partecipato alla grande manifestazione del 5 marzo. Mi dice che non abita a Roma e come lei molti altri. Tante donne, poi, non sono potute andare perché lavoravano come badanti e non avevano il giorno libero o perché erano impegnate nell’accoglienza dei primi profughi arrivati in Italia (ad oggi, 9 marzo, sono già oltre 2 milioni e 150.000 le persone che hanno lasciato il Paese a causa del conflitto; solo in Polonia ne sono arrivate quasi 1 milione e 300.000). Le chiedo cosa ne pensa della no-fly zone, se secondo lei non rischia di peggiorare la situazione, sia per i civili ucraini sia per gli altri cittadini europei. Mi risponde che chiudere il cielo è fondamentale e che in ogni caso il popolo ucraino continuerà a resistere: “gli uomini ora devono dormire, mangiare, bere e combattere”. Combattere per difendere “un Paese con la sua storia, la sua cultura, le sue tradizioni, la sua lingua, i suoi confini”.

Ascolto i racconti di Natalia e poi quelli di altre donne, che fino a pochi giorni fa erano a Kiev con i loro figli e ora sognano solo di ritornare a casa. Di fronte a queste testimonianze dirette, la presenza in piazza di Enrico Letta, del sindaco di Roma Roberto Gualtieri e di un esponente del M5S, passano in secondo piano, rimangono sullo sfondo. Le parole della politica si perdono nell’aria, sovrastate da quelle potenti, emozionanti, di donne ucraine che gridano “Ucraina libera”, ma anche di donne russe e bielorusse che esprimono vicinanza gridando: “La Russia non è Putin”, “La Bielorussia non è Lukashenko”. Lascio la manifestazione con il cuore pieno, un bel po’ di emozione e un velo di tristezza, nelle stesse ore in cui circola la notizia di diversi civili uccisi dai soldati russi, durante un’evacuazione attraverso un corridoio umanitario alla periferia di Kiev, in teoria un passaggio sicuro che avrebbe dovuto portare tutti verso la salvezza. Penso a quelle due piazze con posizioni apparentemente inconciliabili, divise tra disarmo e resistenza armata. E mi chiedo quale sia, per il bene dei civili, la via più veloce per la pace.

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