Quei civili palestinesi che abbiamo ucciso “noi”

Giornalisti. Medici. Infermieri. Scrittori. Pittori. Musicisti. Avvocati. Atleti. Studenti. Attivisti. Per Israele, gli esseri umani palestinesi sono tutti indistintamente terroristi, un corpo senza un’identità, una storia, un passato, un futuro. Sono tutti una minaccia alla sicurezza nazionale, anche i neonati nelle incubatrici, i pazienti oncologici, i feriti con gambe e braccia amputate, gli anziani in carrozzina. E credo che siano terroristi anche per “noi”.

Per decenni abbiamo definito Israele (uno Stato senza Costituzione né confini) come l’unica democrazia del Medio Oriente, abbiamo contribuito, giorno dopo giorno, a creare questa narrazione distorta, per cui i palestinesi sono tutti terroristi o non esistono affatto, mentre Israele indisturbato occupava territori in Cisgiordania, arrestava minori, alzava muri e costruiva checkpoint, controllava militarmente territori, bloccava il passaggio delle ambulanze, distruggeva scuole e ospedali, interrompeva strade, armava civili contro altri civili, sottoponeva la Striscia di Gaza ad un blocco aereo, terrestre e navale impedendo la circolazione di merci e persone, testava il potenziale dell’intelligenza artificiale, sfruttava manodopera palestinese. La nostra colpevole indifferenza, il silenzio complice ogni volta che Israele violava il diritto internazionale e il nostro modo di raccontare l’altro nei termini scelti da Israele, hanno creato i presupposti per quello a cui stiamo assistendo. Abbiamo creato un grosso precedente di impunità, pericoloso non solo in Palestina ma in tutto il mondo. Per chi si è occupato della questione palestinese in questi decenni, questa è sempre stata una questione di giustizia, rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale.

Due giorni fa, Israele ha ucciso in un colpo solo (rivendicando l’azione) cinque giornalisti di Al Jazeera, Anas Al-Sharif, Mohammed Qreiqeh, Ibrahim Zaher, Moamen Aliwa, Mohammed Noufal, che raccontavano da Gaza l’orrore del genocidio in corso, mentre lo vivevano in prima persona. Una notizia che ha scosso i palestinesi e la società civile in tutto il mondo. Ma prima di questi cinque giornalisti, in questi due anni, i bombardamenti israeliani hanno ucciso oltre 260 giornalisti. E ancora prima, ben prima del 7 ottobre 2023, per decenni Israele ha ucciso giornalisti, medici, infermieri, civili palestinesi nella totale impunità.

Tra il 7 ottobre 2023 e il 6 agosto 2025, secondo il Ministero della Salute (MoH) di Gaza, come riportato dall’OCHA, almeno 61.158 palestinesi sono stati uccisi a Gaza e 151.442 sono rimasti feriti. Tra le 60.199 vittime identificate al 31 luglio, 27.605 erano uomini, 9.735 donne, 18.430 bambini e 4.429 anziani.

Dopo oltre 60.000 morti, ora che la Striscia di Gaza è stata rasa al suolo e che sulle cartine geografiche la Cisgiordania sta di fatto scomparendo tra violenze in aumento che non fanno notizia, alcuni leader si impegnano a riconoscere lo Stato di Palestina e sostengono la soluzione dei due Stati. Dichiarazioni che suonano anacronistiche e quasi un insulto all’intelligenza di molti. Arrivati a questo punto della storia e con un genocidio in corso, i leader hanno prima di tutto il dovere di imporre immediatamente sanzioni, interrompere i rapporti commerciali con Israele e assicurare che a Gaza arrivino aiuti umanitari via terra, attraverso una distribuzione gestita da organizzazioni internazionali e non da Israele, né affidata a pacchi lanciati con il paracadute, spesso causando morti e feriti tra i civili. Perché anche gli aiuti umanitari dovrebbero essere distribuiti nel rispetto della dignità umana. Ma quanto vale per “noi” la vita di un essere umano palestinese?

Quando non cadranno più bombe sulla Striscia di Gaza, arriveranno tempi ancora più duri e bui di questi, in cui gli israeliani dovranno fare i conti con i crimini di guerra che hanno commesso. E anche “noi” dovremo interrogarci a lungo sul concetto di democrazia, su quello di terrorismo e su chi siamo. Dovremo interrogarci sul ruolo delle Nazioni Unite e sul diritto di veto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu dei cinque Stati membri permanenti. Dovremo interrogarci sul fatto che abbiamo visto arrivare in tempo reale un genocidio e non abbiamo fatto tutto il necessario per prevenirlo, pur avendo diversi strumenti per intervenire concretamente. Dovremo chiederci perché abbiamo lasciato che Israele oltrepassasse tutte le linee rosse senza alzare la voce. Perché abbiamo difeso sempre e comunque il diritto di Israele di difendersi e mai quello dei palestinesi di esistere e resistere a una potenza occupante. Per quanto ci crediamo distanti e assolti, quei giornalisti, medici, infermieri, scrittori, pittori, musicisti, avvocati, atleti, studenti, attivisti li abbiamo uccisi anche “noi”.

Come immagine di copertina, l’opera dell’artista giordano Hani Alqam.

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