Gaza: il piano di Trump, i crimini di guerra e la bussola del diritto

In questo momento, la distribuzione degli aiuti umanitari nella Striscia dipende dal rispetto di un accordo. Ma condizionare l’ingresso di cibo e medicine va contro il Diritto Internazionale Umanitario. È urgente rimettere al centro del dibattito il diritto, altrimenti rischiamo di perderci.

L’accordo per il cessate il fuoco tra Hamas e Israele. La liberazione degli ostaggi israeliani e dei detenuti palestinesi. L’ingresso di aiuti umanitari, gas e carburante nella Striscia di Gaza attraverso i valichi di Rafah e Kerem Shalom. Il vertice di Sharm El Sheik e la firma di un documento congiunto a sostegno dell’accordo, da parte di Stati Uniti, Egitto, Turchia e Qatar, alla presenza di leader europei e arabi e di diverse istituzioni, quali Nazioni Unite, Unione Europea e Lega Araba.

Frenesia collettiva – In queste giornate delicate ed emozionanti, di cui non si può negare la portata storica, colpiscono molto l’entusiasmo e l’impazienza degli attori coinvolti. L’impazienza di decretare la “fine della guerra” e “l’inizio della pace”,nei modi e nei tempi stabiliti dal Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. La fretta di riabilitare Netanyahu e in parte anche Hamas. Così come la fretta con cui si parla di ricostruzione, mentre ancora si contano i morti e i feriti. A novembre, l’Egitto ospiterà la Conferenza per la ricostruzione di Gaza. Ed è già lunga la lista di aziende potenzialmente interessate alla ricostruzione (le gare sono già state aperte) e di compagnie Oil & Gas che sperano in nuove licenze per l’esplorazione dei giacimenti al largo delle coste di Gaza.

Rallentare – In questa frenesia generale, mentre Israele ha già violato più volte il cessate il fuoco, chiuso temporaneamente il valico di Rafah ad appena 24 ore dal vertice in Egitto e ridotto il numero di camion con aiuti umanitari autorizzati ad entrare a Gaza, vale la pena fermarsi un attimo e fare un passo indietro. Per tornare a quel piano di Trump in 20 punti, uscito dalla Casa Bianca il 29 settembre 2025 e accettato da Hamas solo in parte. È utile riflettere su alcuni aspetti, che rischiano di perdersi nel racconto di queste giornate, e provare a ristabilire la centralità del Diritto Internazionale Umanitario (DIU).  

Un piano coloniale Come è stato spiegato da diversi analisti, nel piano mancano i palestinesi e un chiaro riconoscimento del loro diritto all’autodeterminazione. Manca un riferimento a un Governo provvisorio di transizione che sia rappresentativo dei palestinesi senza interferenze straniere. Si parla di una generale “demilitarizzazione di Gaza” e non di Hamas e non sono precisate le tempistiche per il ritiro delle Forze israeliane dalla Striscia. Non è presente alcun obbligo per Israele di risarcire i palestinesi per i danni causati dall’offensiva militare. E non è chiaro quali siano le conseguenze per Israele in caso di mancato rispetto dell’accordo. Soprattutto, non si riconosce alle Nazioni Unite il ruolo di autorità legittima, incaricata di monitorare tutte le fasi del processo. In questo senso, gli esperti Onu fanno notare che “una ‘Forza internazionale di stabilizzazione’, al di fuori del controllo del popolo palestinese e delle Nazioni Unite come garante, sostituirebbe l’occupazione israeliana con un’occupazione guidata dagli Stati Uniti, contraria all’autodeterminazione palestinese”. Inoltre, manca completamente un riferimento agli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania e non si parla di confini.

Una firma in cambio del cibo – Nel piano mancano i presupposti per un vero processo di pace che si accompagni al cessate il fuoco. Ma è molto interessante soffermarsi anche su cosa è stato scritto, nero su bianco. In particolare, cosa è previsto ai punti 7 e 8. Al punto 7, si legge: “Una volta accettato il presente accordo, gli aiuti saranno immediatamente inviati nella Striscia di Gaza. La quantità di aiuti sarà in linea con quanto previsto dall’accordo del 19 gennaio 2025 in materia di aiuti umanitari, compresi il ripristino delle infrastrutture (acqua, elettricità, fognature)”. Mentre al punto 8, si legge:L’ingresso degli aiuti e la loro distribuzione nella Striscia di Gaza avverranno senza interferenze da parte delle due parti attraverso le Nazioni Unite e le sue agenzie, la Mezzaluna Rossa e altre istituzioni internazionali non associate in alcun modo a nessuna delle due parti”. Entrambi i passaggi rimandano a quanto già previsto dall’accordo del 19 gennaio 2025 (poi violato da Israele, ndr).

Di fatto, con questo documento ufficiale, si vincola la distribuzione degli aiuti umanitari, destinati alla popolazione civile, alla firma di un accordo formale. L’apertura dei valichi per l’ingresso dei camion con il cibo dipende da quell’accordo. Queste condizioni imposte dagli Stati Uniti, di per sé, violano il diritto internazionale. L’ingresso di cibo e medicinali, infatti, non dovrebbe essere una gentile concessione di Stati Uniti e Israele, né dovrebbe essere condizionato dal rispetto del piano. Al contrario, dovrebbe essere garantito in base a quanto già stabilito dal Diritto Internazionale Umanitario.

Cosa dice il diritto – La Quarta Convenzione di Ginevra, nata nel secondo dopoguerra con l’obiettivo di proteggere i civili in zone di conflitto o in territori occupati, impone alla potenza occupante di garantire la fornitura di cibo, acqua potabile e medicinali alla popolazione e favorire l’ingresso di aiuti se necessario (articoli 55, 56, 59 e 60). Mentre il Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra (al suo articolo 8) vieta espressamente di usare la fame come arma di guerra. Infine, lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (Articolo 8, comma 2 lettera B punto XXV) considera come gravi violazioni del diritto internazionale “affamare intenzionalmente, come metodo di guerra, i civili privandoli dei beni indispensabili alla loro sopravvivenza, compreso il fatto di impedire volontariamente l’invio dei soccorsi previsti dalle Convenzioni di Ginevra”.

Tentativi di riscrivere il diritto – In quei due punti del piano di Trump, si legge un tentativo di ribaltare l’approccio e riscrivere il diritto internazionale umanitario. “La guerra è finita. Gli aiuti umanitari ora stanno entrando a Gaza, inclusi cibo, attrezzature mediche e altre forniture” – ha dichiarato Trump dal summit di Sharm El Sheik, lo scorso lunedì 13 ottobre. Il fatto che i camion siano entrati solo intorno all’11 ottobre (dopo mesi di blocchi che hanno contribuito a una carestia causata dall’uomo) non rappresenta certamente un successo. Ma è il segno di una drammatica sconfitta della politica e della diplomazia internazionale. È il risultato dell’inazione degli Stati, che avevano l’obbligo di garantire il rispetto del DIU, per far sì che gli aiuti continuassero ad entrare in questi due anni 1.

A questo proposito, è utile ricordare un dettaglio importante. Proprio per l’uso della fame come metodo di guerra e per aver intenzionalmente attaccato la popolazione civile, le infrastrutture e i mezzi di sostentamento dei palestinesi a Gaza, Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della DifesaYoav Gallant sono accusati dalla Corte Penale Internazionale di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Nel novembre del 2024, la CPI ha emesso nei loro confronti dei mandati di arresto2.

Valico chiuso – Ora, condizionare l’ingresso di cibo e medicine al rispetto del piano di pace significa esporre la popolazione civile al rischio concreto che gli aiuti vengano di nuovo bloccati con il primo pretesto utile. Cosa che infatti è già avvenuta. Il valico di Rafah, riaperto l’11 ottobre per consentire finalmente l’entrata di cibo e altri beni essenziali, è stato chiuso il 14 ottobre (mentre si scrive, il 16 ottobre, il valico risulta ancora chiuso). La motivazione? Il ritardo da parte di Hamas nella riconsegna dei corpi senza vita degli ostaggi israeliani. Secondo la Croce Rossa Internazionale, il ritardo sarebbe legato alla complessa situazione sul campo, che rende difficile raggiungere i luoghi di sepoltura. Non solo, il COGAT3 (Coordinator of Government Activities in the Territories) ha comunicato alle Nazioni Unite che la quantità di camion autorizzati ad entrare sarà dimezzata. Questo singoli episodi sono indicativi di come gli aiuti umanitari continuino ad essere usati come arma.

La nostra bussola – In una fase in cui Israele ha ormai superato tutte le linee rosse nella totale impunità e il Presidente degli Stati Uniti impone la sua concezione distorta di guerra e pace cambiando il nome del Dipartimento della Difesa in Dipartimento della Guerra, non possiamo permetterci di perdere la bussola. La bussola, che deve guidarci sempre come giornalisti, attivisti, politici, cittadini, esseri umani, non può che essere il diritto, unito al profondo senso di giustizia. Mentre i tanti attori coinvolti nella regione celebrano queste giornate storiche e si preoccupano di capire quando inizierà la ricostruzione e chi la pagherà, dobbiamo assicurarci che i responsabili paghino per i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità e gli atti di genocidio. È urgente riportare il diritto internazionale umanitario al centro del dibattito, altrimenti rischiamo di perderci.

  1. Ad oggi, si contano oltre 67.000 civili palestinesi uccisi, di cui oltre 18.000 bambini, e quasi 170.000 feriti. Circa 4.000 bambini hanno perso uno o entrambi gli arti. Mentre oltre 51.000 bambini sono iscritti a programmi di trattamento per la malnutrizione. Il 78% delle strutture nella Striscia di Gaza è stato distrutto o danneggiato. In oltre due anni di bombardamenti indiscriminati, sono stati colpiti ospedali, case, strade, infrastrutture idriche, pozzi agricoli, terreni agricoli e attività di pesca. ↩︎
  2. Nel 2024, la Corte Penale Internazionale aveva emesso mandati d’arresto anche per tre esponenti di Hamas (Mohammed Diab Ibrahim Al-Masri, conosciuto come Deif, Ismail Haniyeh e Yahya Sinwar). Salvo poi chiudere i procedimenti a loro carico, dopo l’accertamento della loro morte. ↩︎
  3. Il COGAT è l’organo israeliano che si occupa di coordinare le attività nei Territori Palestinesi, in Cisgiordania e a Gaza. ↩︎

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