Una voce dal Marocco: innamorarsi a Tangeri

Il volo per Casablanca è surreale. Appena allaccio la cintura di sicurezza mi rendo conto di essere in viaggio da sola verso un Paese che non conosco e all’annuncio del comandante, “cabin crew, be ready for take off”, ho la pelle d’oca. Credo che sia la sensazione che si prova quando si lascia l’Italia dopo tanto tempo, verso una destinazione nuova, consapevoli del fatto che non si proverà troppa nostalgia. È un’esperienza che spaventa ed entusiasma allo stesso tempo.

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Il Marocco visto dall’aereo non riesco a distinguerlo da altre nazioni. Dall’alto vedo dei campi coltivati e dai colori prevalenti (giallo e verde) mi sembra di essere ancora a casa. Ma quando mi ritrovo nell’aeroporto di Casablanca, tutto ha già un altro sapore. Molti uomini indossano abiti lunghi e le donne portano quasi tutte il velo, sento parlare arabo e francese. Sono curiosa, spaesata e affascinata, così tanto che mi dimentico di compilare, a dire il vero non sapendo proprio della sua esistenza, il modulo per l’ingresso in Marocco, su cui si riportano nome, cognome, indirizzo temporaneo e professione.

La fila per il controllo dei passaporti è lunghissima e mi accompagna la solita ansia di non arrivare in tempo alla stazione. A farmi compagnia c’è un ragazzo di Milano, conosciuto in aereo. Anche lui viaggia da solo, ma andrà in un resort a Marrakech e poi raggiungerà i suoi amici in Grecia. Ha scelto il Marocco per via di una promozione. È un designer di scarpe. Sorrido pensando che indosso un paio di scarpe nere con dei fiori colorati, comprate a Milano in un negozio di cinesi per 10 euro. Le nostre strade si dividono al ritiro bagagli. Quando arriva la mia valigia, ho giusto il tempo di salutarlo. Poi, corro a cambiare i miei euro in Dirhams (il Dirham è la moneta locale. Con 100 euro si ricevono circa 1100 dirhams, ma il cambio varia di giorno in giorno) e cerco in tutta fretta l’uscita.

Il mio viaggio in Marocco

Per raggiungere Casa Voyageurs (la stazione centrale di Casablanca da cui prenderò il treno diretto a Tangeri, è questa la mia destinazione finale) dovrei prendere un altro treno, dall’aeroporto al centro della città. Per fortuna, ad aspettarmi fuori dal terminal 2, ci sono un signore, fratello di un amico di mio padre, insieme a sua figlia che parla inglese. Studia lingue a Casablanca e vorrebbe continuare l’università per diventare una mediatrice linguistica. Mi spiega che quasi tutti i suoi amici, solo per guadagnare di più, stanno studiando medicina o ingegneria, una scelta che a quanto pare fanno in tanti in Marocco. Mi chiede perché voglio imparare proprio l’arabo e non sarà l’unica a farmi questa domanda durante la mia permanenza qui. La risposta è che voglio continuare a guardare un po’ più in là del mio naso e conoscere una cultura nuova, oltre che una lingua che forse mi sarà utile per il lavoro. Le spiego che anche io, come lei, ho scelto un mestiere per passione e non per soldi, un lavoro che non mi farà guadagnare molto, ma che amo. È questo che farà la differenza, pensiamo sorridendo.

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Mentre la macchina sfreccia sulla superstrada, si ferma, riparte, inchioda, sistemo nello zaino il biglietto del treno e i panini con carne e verdure, che hanno comprato per me, senza conoscermi. Nel tragitto, guardo fuori dal finestrino per fotografare con la mente tutto ciò che vedo. Se Rabat è la capitale ufficiale, Casablanca si può definire il centro finanziario, industriale e commerciale del Marocco. Il caos della città mi piace e cerco di memorizzare qualche strada velocemente, prendendo come punto di riferimento il Consolato italiano. Finalmente, dopo circa mezz’ora, due minuti prima della partenza del treno, arriviamo alla stazione. Pochi saluti veloci, come se ci conoscessimo da sempre, e mi ritrovo sul treno, con una valigia più grande di me che mi aiutano a sistemare nello scompartimento.

I biglietti sono molto economici, così posso permettermi il lusso di un posto in prima classe, per 195 dirhams, circa 19 euro.  Il treno ha un’ora di ritardo e mi rendo conto che la nostra corsa è stata inutile. “Mi raccomando, trova posto vicino a una famiglia con bambini”, era stata la raccomandazione del mio amico marocchino, che mi aveva aiutato ad organizzare il viaggio fino a Tangeri e mi aveva prestato la sua scheda telefonica. E invece, sono seduta accanto a due ragazzi, a un signore che parla inglese e a un altro che scenderà quasi subito. Ma va bene lo stesso.

Ci metto poco a scoprire che i treni marocchini (della compagnia Oncf) sono spesso in ritardo, sono molto lenti e ogni tanto si fermano in mezzo al nulla. Mi ci vuole un secondo per innamorarmi dei tramonti marocchini. Il mio primo tramonto lo vedo dal finestrino. Il rosa e il viola riempiono il cielo e non posso fare a meno di scattare una foto con il cellulare, che rimane carico ancora per poco. È un po’ sfocata perché, in quel momento, il treno si rimette in movimento, ma quell’istante, ormai, è immortalato per sempre.

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Quando si fa buio, l’attesa diventa snervante, fermarsi continuamente mi inquieta un po’, eppure mi sento bene, come se fossi stata destinata da sempre a fare questo viaggio. A dire il vero, non sono completamente sola. Sul vagone, sono rimasti alcuni ragazzi americani che mi consigliano di provare il gelato di Tangeri. “We love it”, mi dicono entusiasti. Ma non mi fido molto dei loro gusti sul cibo e alla fine non lo proverò neanche una volta in un mese.

E poi c’è un altro ragazzo, marocchino, l’unico della mia cuccetta che scenderà con me alla stazione di Tanger Ville, per ora ancora lontana. È un ragazzo di 23 anni, fa l’ingegnere e si è trasferito da poco a Tangeri per lavoro. Non conosce molte persone in città. Per questo, parte spesso per Casablanca, dove ha parecchi amici. Anche lui, come me, parla inglese ma non si ricorda tanti vocaboli. Questo non ci impedisce di raccontarci un po’ le nostre vite.

Per fortuna, lui è in grado di capire gli annunci in arabo e di tradurli per me in tempo reale. Non so perché, ci ritroviamo a parlare dei Metallica e scopro che la sua canzone preferita di questa band è uguale alla mia. Gli spiego perché sono in Marocco e perché ho un legame speciale con Nothing else matters. Lui mi assicura che non c’è bisogno di preoccuparsi. Il treno, prima o poi, arriverà a destinazione. “In Morocco – mi dice – we don’t worry about the time”. Sì, è vero, una delle tante cose che ho scoperto è che in Marocco le persone non si preoccupano molto dello scorrere del tempo, vivono con più calma. Forse, penso tra me e me in quel momento, è l’occasione giusta per rilassarmi un po’ e per rivedere il mio rapporto con il tempo e lo spazio. Chiacchierando, i minuti passano in fretta e presto sono alla stazione di Tanger Ville. Con due ore di ritardo, dopo sette ore in treno e 11 ore di viaggio complessive.

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Dopo due minuti di taxi sono a casa. La chiamo casa, perché qui resterò un mese per imparare l’arabo. La camera che mi assegnano, una doppia con letto a castello, diventerà la mia stanza. I quattro chiodi sul muro saranno dei fantastici porta collane, la piccola scrivania il mio porta oggetti. Tutte le cose che ho portato con me saranno ammassate lì sopra e col tempo aggiungerò bottiglie d’acqua, biscotti, frutta, medicine, che per me e la mia ipocondria non sono mai troppe, libri e souvenir. Un professore di arabo diventerà il mio insegnante di arabo. Gli altri studenti del corso, diventeranno i miei compagni di viaggio. La mia compagna di stanza, un’amica inaspettata con cui condividere tanti momenti, molti dei quali folli.

Se mi avessero detto che in tre giorni di lezione avrei imparato qualche parola in arabo e molte lettere dell’alfabeto (in tutto sono 28) non ci avrei creduto. Se mi avessero detto che avrei dovuto imparare a scrivere ogni lettera in quattro modi diversi, in base alla posizione in cui la lettera si trova nella parola, forse non avrei mai iniziato a studiare questa lingua per la paura di impazzire. E invece eccomi qui. Dopo la prima lezione scrivo qualcosa. Dopo la terza leggo. Dopo una settimana, so già qual è la mia lettera preferita, tante parole mi sono già rimaste impresse e una in particolare, inspiegabilmente, la adoro: pulcino. Il mio insegnante è paziente, tanto paziente, ma purtroppo all’inizio abbiamo dei problemi a comunicare.

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La lingua di mediazione che usiamo è il francese, ma il francese non mi piace. Conosco solo qualche parola, non ho intenzione di impararne altre, eppure magicamente lo capisco. Così, mi metto alla prova e presto mi ritrovo ad imparare l’arabo in francese. Inaspettatamente, funziona. In realtà, nel corso del viaggio, il mio orecchio si abituerà a questi suoni. In Marocco, le lingue ufficiali sono l’arabo e il berbero (anche se quest’ultima non è stata ancora introdotta come insegnamento in tutte le scuole pubbliche). Ma è molto diffuso anche il francese. In più, in certe zone, si parla spagnolo. Meno usato è l’inglese. Insomma, a volte succede di avere solo un gran mal di testa e di dimenticarsi perfino l’italiano. L’arabo parlato è il dialetto marocchino, ma per me, che studio arabo standard (tecnicamente, modern standard arabic), è una storia a parte. Quindi, decido di tenerlo per il prossimo anno per non confondermi le idee. Anche se, girando per le strade, prendendo il taxi, andando al ristorante, camminando nella medina, finisco per imparare qualche termine e alcune espressioni tipiche del Darija.

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Così, dopo una settimana, riesco a ordinare il tè da sola in arabo, posso orientarmi in città e sono in grado di mangiare pane e olive fino alla nausea. Per spostarsi a Tangeri, si possono scegliere due tipi di taxi. I taxi più grandi sono color crema. Si usano per fare viaggi più lunghi e trasportano fino a sei persone. Gli altri sono piccoli, celesti e gialli, per gli spostamenti brevi. Trasportano al massimo tre persone e si possono condividere con degli estranei se si va nella stessa direzione. Si fermano facendo il segno dei numeri uno, due o tre con le dita (in base a quante persone devono salire). Ovviamente, quando il taxi si avvicina, conviene vedere quante persone ci sono già a bordo. I bambini piccoli in braccio alla mamma valgono uno e il tassista non si fermerà se siete in due sul ciglio della strada, nemmeno se vi sbracciate protestando. Dopo qualche giorno, mi accorgo che il tragitto che propongo (dal residence alla medina, dalla medina al residence) non piace quasi mai ai tassisti. “È troppo trafficato”, ci spiegano in arabo. E una sera decido di andare a piedi, per fare prima.

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Il mio primo taxi lo prendo da sola, di pomeriggio, per raggiungere Souk Barra, all’ingresso della medina, appena fuori dal centro storico della città. Spiego subito, con un pessimo francese, che non abbiamo in comune nessuna lingua, dato che parlo solo italiano e inglese. Alla fine, senza troppe difficoltà, arrivo nella piazza principale, davanti al Cinema Rif. Il cinema Rif è un punto di incontro per molti tangerini, che vengono qui non solo per il cinema, dalla programmazione molto ricca (anche se rigorosamente in francese, a parte un film in inglese su Bob Marley), ma anche per la sala wi fi e per fare due chiacchiere. È il luogo in cui ci si dà appuntamento, per non sbagliarsi. Come il bar del paese o un locale molto frequentato di una qualsiasi città.

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Il caffè* accanto al cinema fa un’ottima spremuta. La bibita più consumata rimane, comunque, il tè alla menta. Si beve ad ogni ora. Rilassa, porta il buonumore e capisco subito che non potrò più farne a meno. Non è un normale tè, si prepara con un procedimento piuttosto lungo, ha un altro sapore, più intenso, come qualunque cosa in questa città ha un’intensità diversa. Gustarlo sulla famosa terrazza del Caffè Hafa, che affaccia sul Mediterraneo e guarda verso la Spagna, non ha prezzo. L’atmosfera è così rilassante che la scelta obbligata è rimanere qui per qualche ora, per poi cenare nella medina. Il ristorante è su due piani,  ma non è molto grande. La posizione isolata lo rende prezioso, perché lontano dalle vie più affollate.

Un antipasto di lenticchie e olive, un piatto di calamari alla griglia con una salsina verde e per finire del tè alla menta. Tornerò spesso in questo locale, che diventerà il mio preferito, sia per il cibo (la torta al limone è indescrivibile, bisogna provarla per capire), sia per l’ambiente unico. La musica, l’arredamento e la gentilezza del cameriere, che parla 4 lingue e sorride sempre, creano un equilibrio perfetto.

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Dalla medina, per tornare al residence si può prendere un taxi. L’indicazione da dare al tassista è sempre la stessa: “Moschea siriana” o “stazione dei pullman”. E una volta arrivati in zona si può parlare a gesti. L’ho fatto per un mese e ha sempre funzionato. Di sera, è meglio non spostarsi da sole, magari si rischia solo di essere seguite, ma può essere spiacevole, soprattutto nelle zone più periferiche.

Innamorarsi di Tangeri

Amo così tanto la città vecchia che durante la mia prima settimana decido di tornarci per tre giorni di seguito. Il mercoledì mi addentro nel cuore della medina, insieme ad alcuni amici e a una guida speciale. Una ragazza italiana che coordina il nostro gruppo di studenti e che conosce molto bene la città. È lei a consigliarci alcuni ristoranti, a parlarci dei prodotti tipici e a raccontarci la storia di questi luoghi. Superati il Petit socco e il famoso Hotel Continental, le vie si fanno sempre più ripide, fino alla casbah medievale, il punto più alto di Tangeri. Ci ritroviamo davanti al museo della casbah, ma ad attirare la nostra attenzione è una musica arabo andalusa che proviene da un piccolo caffè lungo e stretto. Decidiamo di entrare e rimaniamo affascinati dai lineamenti di questi musicisti. Ogni loro ruga è una storia da raccontare e ogni canzone del loro vasto repertorio ci emoziona.

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Proseguendo a piedi, continuiamo alla scoperta della città e ogni angolo è da fotografare. Mi viene da pensare che la memoria della macchinetta non basterà. Penso anche al commesso della libreria di Roma, da cui avevo comprato la guida di National geographic sul Marocco, per poter scegliere in anticipo tutti i posti che avrei visitato. “Allora buon viaggio – mi aveva detto – Pensi che c’è una canzone che s’intitola Innamorarsi a Tangeri”.

Una volta tornata a Roma, scoprirò che di questa canzone non c’è traccia, almeno secondo le mie ricerche. Intanto, però, mentre mi trovo a Tangeri, nel punto preciso in cui l’Africa incontra l’Europa, lì dove il Mediterraneo incontra l’Oceano Atlantico e il Marocco saluta la Spagna, lì dove la cultura islamica si mescola con quella europea, realizzo che questa città ha un fascino mai visto prima e che il titolo della canzone (qualunque essa sia, a questo punto) è sbagliato. “Innamorarsi di Tangeri”, sarebbe stato più appropriato, almeno nel mio caso. Perché questa città è soltanto da amare.

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Tangeri non può non lasciarti un segno. E con lei tutto il Marocco, perché ogni luogo è unico. Bisogna solo avere la pazienza di scoprire questo Paese giorno dopo giorno, senza aspettarsi più di quanto sia in grado di darci, senza avere pregiudizi sulle persone che incontreremo lungo la strada. Il segreto, forse, è non giudicare una cultura che non ci appartiene e che neanche conosciamo fino in fondo. Il segreto è svuotare la mente e prepararsi ad essere travolti da colori, odori e sensazioni. Il Marocco dobbiamo osservarlo da vicino, viverlo da dentro, fotografarlo e rivederlo con calma, assaggiarlo un po’ per volta attraverso i suoi piatti così vari, gustarlo giorno per giorno. E alla fine, con un po’ di pazienza, occuperà per forza un piccolo spazio nel nostro cuore, è inevitabile.

Il volo per Roma è surreale. Una ragazza mi chiede se può prendere il mio posto per stare vicino alla sua amica. Per me è uguale, mi siedo in terza fila, accanto al finestrino, un po’ nascosta, come piace a me. All’annuncio del comandante “cabin crew, be ready for take off”, mi rendo conto che sto ripartendo davvero e ho proprio voglia di piangere. Per fortuna, ho gli occhiali scuri. Capisco subito che mi mancheranno tante cose: i bambini, i sorrisi dei bambini, gli abbracci dei bambini, le spezie, le olive, il cous cous, la tagine, i calamari alla griglia, i calamari fritti, le patatine fritte, il tè verde, il verde di Tetouan, il blu di Chefchaouen, l’umidità di Larache, la foschia di Moulay Bousselham, i murales di Asilah, le rughe degli anziani, gli sguardi delle donne, le lezioni di salsa improvvisate, i tassisti, le lezioni di arabo, le canzoni arabe, i gatti eleganti, il cane del residence, i cammelli sulla spiaggia, la folla per le strade, l’odore di incenso nella medina di Fes, il caldo di Fes, il caldo di Sefrou, il caldo del treno, il caldo del pullman, l’aria fresca di Tangeri, il suo tramonto sul mare, il richiamo alla preghiera e perfino il velo che, a volte, mi faceva sentire protetta.

*Caffè: corrisponde al nostro bar/locale.

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4 pensieri su “Una voce dal Marocco: innamorarsi a Tangeri

  1. Ciao Alice,
    Io sono nato in Marocco ma vivo in Italia da più di 20 anni.. ogni tanto torno in Marocco e ogni volta il primo giorno limppatto é “ma cosa ci vengo a fare qua”!!
    Però ogni volta dopo qualche giorno mi avvolgono le cose che hai detto tu.. la padronanza del proprio tempo, il caos nelle strade, i colori, i sapori, gli odori , le diversità (in città poi vedere persone con la ferrare è accanto un’altra con il cavallo e il carro con massima serenità e dignità) mi fermo qui perché potrai scrivere per ore ma non verrei capito perché come dici tu bisogna avere la mente sgombra e vivere un po’ in mezzo alla gente allora sì che si gusta questo affascenate Regno!
    In ogni caso grazie per il tuo racconto di quei posti bellissimi che alcuni ho visto molte volte.

    Saluti

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    • Ciao Driss,
      grazie a te per aver dedicato un po’ del tuo tempo a questo racconto. Scusami se ti rispondo con grande ritardo. Ora mi trovo in Tunisia, pronta per vivere nuove esperienze. Ma il Marocco, con i suoi colori e i suoi straordinari paesaggi, rimane nel cuore! A presto, Alice

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